Author Archives: Mara

  1. CALMA

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    Ticchettare di pioggia e cinguettare di uccellini mentre rintocchi lontani scandivano l’ora.
    Ed era pace.
    Roberta si fumava una sigaretta sul terrazzo facendosi avvolgere dalle leggere spire di fumo.
    Nella calma.
    In una domenica come tante.
    Sentiva la serenità in mille pensieri.
    Perché comunque la mente non si fermava
    I progetti ribollivano. Mille ipotesi. Tante possibilità che potevano schiudersi. Nella gioia dell’imprevedibilità della vita.
    tutto era bello. Sereno.
    Bastava stare in quella sensazione per poterne sentire la grandiosità.
    Non c’era una chiave che tutto apriva o una soluzione per risolvere ogni cosa.
    Ma sentiva che poteva esserci qualcosa di diverso.
    Come la tortora sull’albero di fronte che non si faceva spaventare dalla pioggia. Rimaneva lì e rispondeva con il suo verso insistente a quel che dicevano i suoi più piccoli compari.
    Anche lei c’era.
    E nella calma costruiva.
    Sorrise.

  2. TEMPESTA

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    Era da tempo immemore che non stava così bene.
    Impossibile pensarlo anche solo un mese prima. Quando si sentiva una pantera in una gabbia stretta.
    Lasciò che il rumore del mare la trasportasse.
    Lo sciabordare delle onde sulla scogliera creava un frastuono rombante nelle sue orecchie, lei sorrideva.

    Appoggiata la tazza fumante alle labbra, il profumo del tè nero riempiva le sue narici. Soave. Pieno.
    Un tempo era una tecnica che usava per ammorbidire le sue sensazioni di solito così bellicose.
    Ma non era più così.
    Non si interrogava neppure del perché. Semplicemente si godeva quella sensazione così piacevole e pervasiva.
    La polvere dei litigi con suo marito era ormai sedimentata sul fondo. Si era depositata leggera e non infastidiva più il suo sentire. La solitudine a cui si era costretta non era più un problema. Gli amici con cui parlare ci sarebbero stati… se solo avesse voluto.
    Ma aveva già parlato troppo e non ce n’era più motivo. Non ne aveva bisogno. Lo sapeva.
    Aveva risolto.

    La finestra bagnata di acqua e viscida di sale la divideva dalla fumosa rabbia che turbinava oltre.
    Pace.
    I pennarelli erano appoggiati sul tavolo accanto a un mandala quasi finito.
    E il telefono squillò d’improvviso. Sapeva chi fosse già prima di vedere sullo schermo.
    Non voleva semplicemente rispondere.

    Come non aveva considerato il messaggio della sera prima.
    “Amore torna! Ti prego” era una frase di consuetudine. Non poteva più essere così.
    Ormai l’equilibrio era rotto.
    Sarebbe tornata?

    Forse.

    Ma questa volta alle sue condizioni. E con i suoi tempi.

  3. VANIGLIA

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    Quando aprì gli occhi, la stanza era invasa da una luce strana. Pungente. Tra il vaniglia e il ghiaccio.
    Accidenti… non aveva ricordato di chiudere le persiane la sera prima.
    Allungò una mano e con un solo occhio aperto vide che erano appena le otto.
    Noooo… la sveglia avrebbe suonato dopo un’ora.
    Sbottò e cerco di rintanarsi sotto il cuscino.
    Inutile… si rigirò su se stessa.
    Ma perché? Voleva dormire… poteva dormire.
    Prese il piumone a due mani e si coprì interamente la testa. Avvolta nel caldo ce la poteva fare a riaddormentarsi… doveva solo riprendere i fili del sogno che stava facendo.
    Ecco sì… strinse gli occhi ritornando al mare color smeraldo. Al sole caldo. E al sale sulla pelle.
    Un sogno fantastico. Quasi le era sembrato di essere lì. Tra flutti, risa e tuffi. Nel cielo più azzurro.
    Di certo fuori avrebbe trovato la solita foschia…

    Un pensiero che la distrasse.
    E non seppe trattenersi.

    Fece capolino con un occhio appena oltre le piume e il tepore.
    Fiocchi bianchi ondeggiavano cadendo da cielo. Leggiadri e sbarazzini allo stesso tempo. Ce n’erano di piccini ma anche di grandi e abbondanti: probabilmente un agglomerato di amici riunitisi durante la discesa come paracadutisti folli.
    Si sollevò seduta cercando di rimanere coperta e calda.
    Un’atmosfera lattiginosa pareva aver avvolto la natura.
    E tutto era ricoperto.
    Sulla staccionata di legno della villa di fronte sembrava persino che la neve giocasse a fare l’equilibrista: un fiocco ruotava dietro l’altro come in una giostra d’altri tempi.
    I tetti erano ormai completamente bianchi. Gli alberi spogli sembravano agghindati in pellicce di cristallo.

    E sentì perdersi in quella bellezza. Un fiocco dopo l’altro. Mentre la loro caduta rimbombava silenziosa.

    Fu un pensiero istintivo. Non seppe trattenersi. Spalancò la finestra e si ributtò veloce nuovamente nel letto mentre il freddo feroce di quella mattinata così silenziosa cercava di raggiungerla.
    Era troppo bello per non vivere quel momento.
    Non importava il gelo.

    Sorrise.

  4. GIULIA STAVA

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    Le trecce cadevano ancora umide di mare sulle spalle abbronzate.
    Così in silenzio Giulia si abbracciava le ginocchia. Era seduta sulla sabbia quasi fredda della giornata che stava finendo.
    E lo sguardo andava lontano. Alle increspature appena visibili all’orizzonte. Là dove il sole, pronto per tuffarsi, tingeva le acque di rosso e viola.
    Giulia era in attesa.
    Del momento finale.
    Di quello sfrigolio che annunciava l’ultimo saluto scaramantico del sole e il benvenuto alla notte fatata.

    Le capitava sovente di rimanere lì, a osservare lo specchio solitario delle acque in quella caletta lontana dalla gente. Il gommone arenato sulla spiaggia e il profumo di gelsomino che lentamente inondava quel piccolo angolo di pace.

    Ma non si sentiva sola. Mai.
    Percepiva il formicolio della vita che, come una cantilena, risuonava nella sua anima.
    Lì più che in altri posti.
    In quello spazio sospeso tra terra e mare.
    In quell’attimo affacciato tra giorno e notte.
    In quel dove così lontano dall’accozzaglia rumorosa di quello che i più ritenevano vita.

    Felicità piena mentre un sorriso naturale le si dipingeva sul viso.
    Giulia era.
    Giulia stava.

  5. INAFFERRABILE SCHIAVITU’

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    Lo scattante ronzio di una imprendibile zanzara lo stava infastidendo da ore.
    Possibile che non si riuscisse a dormire tranquilli neanche il sabato?
    In settimana doveva per forza correre tra clienti e numeri, ma il sabato mattina si rifiutava di sottomettersi alla frenesia. Per qualche ora non c’erano e-mail, telefonate e sorrisi di circostanza da sfoggiare con chiunque. Nessuna recita, nessuna disdicevole dimostrazione da leone del business. L’inebriante adrenalina dell’aver chiuso un altro contratto si scioglieva senza lasciare traccia. Poteva togliersi la maschera ed essere se stesso: il semplice e riservato Roberto che era sempre stato. Il Roberto fatto di sorrisi veri e gioia pura quando poteva montare sulla sua moto per abbandonare la città e correre sugli sterrati delle montagne.

    Sua nonna che abitava ancora lì in alto, tra cucuzzoli e boschi, continuava a dirglielo che quel modo di vivere non lo avrebbe portato da nessuna parte. Ma era testardo. Aveva deciso di diventare un uomo di successo e lo era diventato a dispetto di tutti e tutto.
    Ogni tanto se lo chiedeva: a che prezzo? Cosa aveva sacrificato per arrivare su quella vetta effimera fatta di soldi e riconoscimenti falsi?
    In improvvisi e inaspettati momenti di folle lucidità se lo domandava. E dentro di sé aveva la risposta. Anche se non la voleva sentire.
    Tutto era diventato come lui aveva voluto, avrebbe dovuto esserne contento. E allora perché riusciva a innervosirsi a tal punto per una zanzara? Era davvero lei a togliergli il sonno? O forse c’era qualcos’altro che gli scavava dentro?
    Era difficile da dire, ma la lentezza aveva acquisito ai suoi occhi un fascino diverso e alla lentezza sarebbe voluto tornare.
    Gli mancava il fuoco scoppiettante del camino d’inverno, il cielo azzurro e l’aria pulita, le distese innevate e il silenzio urlante della natura.
    Era un pensiero che montava quando si fermava. Quando non era schiacciato dagli impegni e la mente aveva il tempo di volare libera. Bastavano pochi istanti per fagli provare quell’emozione folgorante.
    Avrebbe mai potuto fare ritorno?

    Si girò di scatto e un veloce movimento della mano mise finalmente fine al viaggio di quella zanzara.
    Si alzò. Ormai era tardi. Un caffè forte per togliere il velo di tristezza e riprendere il controllo.
    Aveva una partita di golf nel pomeriggio.
    Un cliente lo stava aspettando.
    Non poteva mancare.