Author Archives: Mara

  1. SENSO VERO

    Leave a Comment

    Sedeva sulla sua poltrona preferita leggendo la cronaca cittadina.
    Stufo.
    Della crudeltà umana.
    Aveva passato una vita accettando quel che accadeva. Forse senza rifletterci più di tanto. Così preso dalla sua frenetica vita.
    Ora se ne rendeva conto.
    Ottenebrato.
    Insensibile o forse addirittura cieco di fronte alla sua consacrazione alla follia.
    Cieco di fronte alla cruenza e al non-sense che leggeva sui giornali.
    Il sangue era diventato dell’acqua colorata.
    Il macabro, un racconto noir.

    Non era stato immediato il suo risveglio. Un bagliore era infine diventato luce.
    In fondo non era importante come fosse arrivato quanto che effettivamente l’impulso avesse agito. Lo avesse risvegliato.
    Ribellione.
    Trasgressione per i più.
    E aveva iniziato a capire.

    Come poteva essere normale quel che leggeva?
    Come poteva accettare la cattiveria gratuita?
    E non c’erano alternative dopo quell’imprevedibile presa di coscienza. Ormai non poteva più accettare.
    E di certo non era il tipo da ashram e isolamento.
    “Papà… è ora!” La voce di Emilia lo aveva scosso dai suoi pensieri.
    Ma effettivamente era tempo di andare.
    “Vieni con me oggi?”
    “No, non ce la faccio, devo andare a prendere Luca all’asilo”
    “Va bene! Allora vado ad affrontare i ragazzi da solo” scherzava. Perché quei suoi ragazzi gli avevano riempito la vita. E avevano dato un senso.
    Come lui lo aveva dato a loro.
    Aiutandoli
    Ogni giorno.
    A rimettere un passo dopo l’altro. A riscoprirsi nella loro identità profonda.
    Oltre lo stereotipo che la gente aveva appiccicato loro addosso. Di ragazzi perduti. Perché una volta si erano persi.

    Questo era.
    Per loro.
    Per lui stesso.
    Finalmente con un senso vero.

  2. SCONOSCIUTO

    Leave a Comment

    Era seduto su quella panchina da un po’. Un mazzo di fiori colorati tra le mani.
    Romanticismo. Certo qualcuno avrebbe potuto dirlo vedendolo lì.
    Sentiva gli sguardi di approvazione delle donne che passavano a braccetto. Si guardano complici e sorridevano. A lui.

    Gli si era avvicinato persino un signore un po’ avanti con gli anni che passeggiava con il suo cane.
    “Che bel pensiero, anche io una volta portavo sempre i fiori a mia moglie!” un sorriso un po’ triste si accennò sul suo viso perso in un labirinto di rughe, “Adesso ho solo più lui” il cane gli stava vicino e lo guardava con innocenza, come se capisse di essere stato tirato in causa, “spero che la malattia non me lo porti via ancora per in po’…”
    Nonostante sentisse un abisso di emozioni a dividerlo da quell’uomo così sincero, lo ringraziò. Anche a Elsa piacevano un sacco i fiori. Certo non poteva dirgli il resto.

    Perché la verità era che non voleva nessuno accanto a lui su quella panchina.
    Non voleva più neppure Elsa.

    La sua amata Elsa. Che con la sua freschezza aveva reso gli ultimi anni i più felici mai vissuti.
    E allora perché non si schiodava da lì? Lei lo stava aspettando a casa sua.
    Una vocina gli stava urlando di smetterla. Di alzarsi. Di fare pace con se stesso. Di sotterrare quella voglia di distruzione che si era aggrappata famelica alla sua vita.

    Ma cosa le avrebbe potuto dare?

    Non era giusto lasciare che si rovinasse la vita con lui. Lui che viveva ancora a casa con i suoi. Con le sue liriche non l’avrebbe certo potuta mantenere. Non adesso che oltretutto aveva pure perso il misero lavoro ‘serio’ che era riuscito a trovare. Così diceva sua madre. ‘Serio’. Perché scrivere di certo non lo era. Non metteva il pane in tavola. Questo lo diceva suo padre. E Il significato era lo stesso.
    Aveva un anello in tasca e un mazzo di fiori in mano. Ma la sua coscienza gli diceva che non era giusto legarla a lui. Bisbigliava da tempo, con determinatezza crescente. E quel sussurro era più forte di ogni incitamento ad alzarsi. Appoggiò i fiori e si prese la testa tra le mani. Stringeva i capelli, voleva strapparseli. Non valeva nulla.

    Si sentiva disperato.

    Il mondo non c’era più intorno a lui. Solo la sua tristezza.
    E il dolore di non poter stare più con lei.
    “Non ti devi disperare, tutto si sistema. Se hai la donna giusta accanto.”
    Alzò lo sguardo e vide gli occhi grigi di quell’anziano signore che lo fissavano gentili.
    “Non la merito…” non riusciva a dire altro, un groppo in gola bloccava le parole.
    Si sedette accanto a lui. Con fatica. Mentre il cagnolino si accomodava ai suoi piedi.
    E lo abbracciò. Con la sicurezza di chi sa.
    “La mia Maria lo faceva sempre quando mi sentivo giù.”
    Avrebbe voluto abbracciarlo anche lui. Tentennava nel lasciarsi andare.

    Una lacrima faceva capolino. Appoggiò la testa sulla spalla di quello sconosciuto. Con leggerezza.
    E sentì un gorgoglio nel centro del petto.
    Che divenne frusciate.
    E si allargava dal cuore schiacciando i polmoni. Spingendo fuori l’aria. Impedendo il respiro.
    Un vortice che strappava e sollevava i sentimenti uno alla volta.

    Totale.

    Quella lacrima in bilico iniziò a scivolare. Insieme a tante altre. Lì nascosto sulla spalla di quello sconosciuto poteva lasciarsi andare.
    Non si vergognava.
    Era lui. Libero di esserlo.
    Anche di cambiare idea accettando quel che era.
    Libero di andare da Elsa.

    Toccò la tasca e sentì la sagoma della scatolina sotto le dita.
    Poteva ancora scegliere.

    Nonostante tutto.

  3. CALMA

    Leave a Comment

    Ticchettare di pioggia e cinguettare di uccellini mentre rintocchi lontani scandivano l’ora.
    Ed era pace.
    Roberta si fumava una sigaretta sul terrazzo facendosi avvolgere dalle leggere spire di fumo.
    Nella calma.
    In una domenica come tante.
    Sentiva la serenità in mille pensieri.
    Perché comunque la mente non si fermava
    I progetti ribollivano. Mille ipotesi. Tante possibilità che potevano schiudersi. Nella gioia dell’imprevedibilità della vita.
    tutto era bello. Sereno.
    Bastava stare in quella sensazione per poterne sentire la grandiosità.
    Non c’era una chiave che tutto apriva o una soluzione per risolvere ogni cosa.
    Ma sentiva che poteva esserci qualcosa di diverso.
    Come la tortora sull’albero di fronte che non si faceva spaventare dalla pioggia. Rimaneva lì e rispondeva con il suo verso insistente a quel che dicevano i suoi più piccoli compari.
    Anche lei c’era.
    E nella calma costruiva.
    Sorrise.

  4. TEMPESTA

    Leave a Comment

    Era da tempo immemore che non stava così bene.
    Impossibile pensarlo anche solo un mese prima. Quando si sentiva una pantera in una gabbia stretta.
    Lasciò che il rumore del mare la trasportasse.
    Lo sciabordare delle onde sulla scogliera creava un frastuono rombante nelle sue orecchie, lei sorrideva.

    Appoggiata la tazza fumante alle labbra, il profumo del tè nero riempiva le sue narici. Soave. Pieno.
    Un tempo era una tecnica che usava per ammorbidire le sue sensazioni di solito così bellicose.
    Ma non era più così.
    Non si interrogava neppure del perché. Semplicemente si godeva quella sensazione così piacevole e pervasiva.
    La polvere dei litigi con suo marito era ormai sedimentata sul fondo. Si era depositata leggera e non infastidiva più il suo sentire. La solitudine a cui si era costretta non era più un problema. Gli amici con cui parlare ci sarebbero stati… se solo avesse voluto.
    Ma aveva già parlato troppo e non ce n’era più motivo. Non ne aveva bisogno. Lo sapeva.
    Aveva risolto.

    La finestra bagnata di acqua e viscida di sale la divideva dalla fumosa rabbia che turbinava oltre.
    Pace.
    I pennarelli erano appoggiati sul tavolo accanto a un mandala quasi finito.
    E il telefono squillò d’improvviso. Sapeva chi fosse già prima di vedere sullo schermo.
    Non voleva semplicemente rispondere.

    Come non aveva considerato il messaggio della sera prima.
    “Amore torna! Ti prego” era una frase di consuetudine. Non poteva più essere così.
    Ormai l’equilibrio era rotto.
    Sarebbe tornata?

    Forse.

    Ma questa volta alle sue condizioni. E con i suoi tempi.

  5. VANIGLIA

    Leave a Comment

    Quando aprì gli occhi, la stanza era invasa da una luce strana. Pungente. Tra il vaniglia e il ghiaccio.
    Accidenti… non aveva ricordato di chiudere le persiane la sera prima.
    Allungò una mano e con un solo occhio aperto vide che erano appena le otto.
    Noooo… la sveglia avrebbe suonato dopo un’ora.
    Sbottò e cerco di rintanarsi sotto il cuscino.
    Inutile… si rigirò su se stessa.
    Ma perché? Voleva dormire… poteva dormire.
    Prese il piumone a due mani e si coprì interamente la testa. Avvolta nel caldo ce la poteva fare a riaddormentarsi… doveva solo riprendere i fili del sogno che stava facendo.
    Ecco sì… strinse gli occhi ritornando al mare color smeraldo. Al sole caldo. E al sale sulla pelle.
    Un sogno fantastico. Quasi le era sembrato di essere lì. Tra flutti, risa e tuffi. Nel cielo più azzurro.
    Di certo fuori avrebbe trovato la solita foschia…

    Un pensiero che la distrasse.
    E non seppe trattenersi.

    Fece capolino con un occhio appena oltre le piume e il tepore.
    Fiocchi bianchi ondeggiavano cadendo da cielo. Leggiadri e sbarazzini allo stesso tempo. Ce n’erano di piccini ma anche di grandi e abbondanti: probabilmente un agglomerato di amici riunitisi durante la discesa come paracadutisti folli.
    Si sollevò seduta cercando di rimanere coperta e calda.
    Un’atmosfera lattiginosa pareva aver avvolto la natura.
    E tutto era ricoperto.
    Sulla staccionata di legno della villa di fronte sembrava persino che la neve giocasse a fare l’equilibrista: un fiocco ruotava dietro l’altro come in una giostra d’altri tempi.
    I tetti erano ormai completamente bianchi. Gli alberi spogli sembravano agghindati in pellicce di cristallo.

    E sentì perdersi in quella bellezza. Un fiocco dopo l’altro. Mentre la loro caduta rimbombava silenziosa.

    Fu un pensiero istintivo. Non seppe trattenersi. Spalancò la finestra e si ributtò veloce nuovamente nel letto mentre il freddo feroce di quella mattinata così silenziosa cercava di raggiungerla.
    Era troppo bello per non vivere quel momento.
    Non importava il gelo.

    Sorrise.