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Dare e accettare

L’aveva vista arrivare. Con lo sguardo che si allargava libero tra le chincaglierie e le stoffe colorate di quella fiera notturna.
Era molto carina e semplice con il volto pieno di lentiggini e i capelli fissati da una molletta a forma di fiore. Gli occhi erano segnati dal trucco un po’ sbavato per la serata trascorsa: doveva essersi divertita.
Sorrise tra sé. Alla sua bellezza. Alla sua giovinezza. Alla sua semplicità.
E le mani non stavano ferme, continuavano incessanti a mescolare le lame. Un movimento lento. Mentre gli occhi non smettevano di fissare quella ragazza apparentemente persa nella notte. Inebriata di musica. Piena di vita. Purtroppo senza saperlo.
Lei, invece, lo sapeva. Glielo avevano detto le carte quando le aveva interrogate.
Come sapeva che sarebbe riuscita a farla sedere lì di fronte a lei.
Perché le doveva dire quello che era. Quello che lei già aveva visto.
Ma soprattutto le doveva consegnare quel che da un po’ custodiva.
Questa volta aveva la sensazione che lei fosse la persona giusta. Non solamente perché glielo avevano detto o perché quella poteva essere una possibilità. Lei sentiva che era così. Ma solo dopo averle fatto le carte ne sarebbe potuta essere certa.
E anche allora lei avrebbe potuto scegliere di non vivere quello che era destinata a essere.
In quel caso non avrebbe potuto fare nulla.
Tutti gli altri avrebbero dovuto accettare.
Il libero arbitrio avrebbe avuto comunque e sempre l’ultima parola.

 

 

L’Imperatrice

Esplosione creativa, espressività.

Tutto quello che si è accumulato nel grado precedente (la Papessa) esplode in modo fulmineo, senza sapere dove dirigersi. […] è l’uovo che si schiude alla vita e lascia uscire il pulcino.

Alejandro Jodorowsky

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Ma il menestrello faceva storytelling?

No, su, non scherziamo: anche il menestrello con lo storytelling? E a cosa gli serviva? Per la ‘Content Preparation’?
E già perché ormai lo storytelling è sulla bocca di tutti… gocce di storytelling su di noi (ricorda un po’ una pubblicità…)!
Sembra che non esista più nulla senza… pubblicità, digital marketing…
Anche in ufficio per convincere i clienti, o a casa per riuscire a tenere a bada i figli (ve lo assicuro, funziona!).
Ditemi una cosa sola in cui i suoi principi non possano essere applicati in maniera efficace (sono accettati solo esempi di contesto J).
Credetemi, non è una burla lo penso davvero! Come scrittrice non potrei mai scherzare su qualcosa del genere. Ma non perché sia stato inventato adesso: c’è sempre stato. Forse adesso è stato vestito bene, tradotto ovviamente in inglese (fa sempre più fico!) e proposto come elemento differenziante.
Ma se si doveva passare da qui per far riconoscere la sua importanza, be’ direi che possiamo accettarlo!
W le storie e la capacità di raccontarle (attenzione perché qui è nascosto un messaggio subliminale!)
È fondamentale non solo COSA si racconta, ma anche COME lo si fa.
Però dobbiamo fare qualche passo indietro, magari fino alla sua definizione; e quindi non resta altro che ‘sfogliare’ Wikipedia e partire:
‘Lo Storytelling è l’arte del raccontare storie impiegata come strategia di comunicazione persuasiva, specialmente in ambito politico, economico ed azienda’
Specialmente… ascoltate bene… quindi: non solo. E allora avevo ragione in quel che dicevo poco fa. L’arte di saper raccontare storie, facendole aleggiare tra gli ascoltatori così che possano sentirsene avvolti, la capacità di creare l’atmosfera giusta genera di certo coinvolgimento. Eccoci al punto!
Le storie ci hanno affascinato fin da quando eravamo bambini. Nelle storie si possono celare messaggi, buoni o cattivi che essi siano, tramite le storie ci restano più facilmente attaccati. Così le accogliamo e le facciamo nostre.
E allora per l’appuntamento di oggi poteva mancare uno straordinario protagonista? Assolutamente no!!!! Quindi ve ne presento uno fantasticamente straordinario.
Ho sempre trovato affascinanti i suoi racconti. Fantasia, teatralità, capacità di concentrare su di sé l’attenzione del pubblico… vi possono bastare come introduzione?
Adesso però taccio e lascio parlare lui. Benvenuto a Stefano Cavanna: l’Incantastorie.
Ben trovati a tutti voi.
Caro, innanzitutto cos’è un Incantastorie e cosa sono per te le storie?
Il termine nasce perché dovevo descrivere rapidamente la mia attività (il famoso “discorso da ascensore”) e visto che l’arte che pratico è quella di raccontare storie attraverso gli incanti della magia, ecco che è nato il nome, con un piccolo calembour, in omaggio all’amore che nutro per le parole. Venendo al secondo punto, cito Richard Adams, nel suo “La Collina dei Conigli”, che fa parte della triade dei miei romanzi preferiti: In una conigliera, più storie che cunicoli. Un coniglio non può rifiutarsi di raccontare una storia, più di quanto un irlandese possa rifiutare una scazzottata. Chiedendo scusa agli irlandesi, tuttavia credo che riassuma al meglio il mio modo di essere. Le storie hanno da sempre esercitato un fascino particolare su di noi, al punto da utilizzarle come sistema attraverso cui educare i nostri figli (ogni fiaba, favola o leggenda ha un significato particolare, nemmeno troppo nascosto che, secondo Bettleheim, i bambini recepiscono immediatamente), dunque non esagero nel dire che esse sono la malta che tiene insieme i mattoni della nostra vita.
Cos’è per te lo storytelling e come permea la tua vita? Per come ti conosco mi sembra che sia avviluppato saldamente…
Se non avessi nulla da raccontare, non avrebbe senso vivere. Non si fraintenda, non è una frase fatta o scontata da post glitterato su facebook; è la pura verità: nel momento in cui non avessimo più nulla da raccontare, saremmo finiti come esseri umani, perché significherebbe che non reputiamo interessante nemmeno la nostra stessa vita e, come dice James Matthew Barrie nel suo romanzo sul bimbo che non voleva crescere, vivere è l’avventura più grande.
Visto che le storie ci sono sempre state, perché lo storytelling sembra essere sbocciato in questi anni?
Perché abbiamo scoperto l’inglese. Vuoi mettere quanta differenza passa fra “insegnare ai dipendenti a raccontare storie” e “formarli sullo storytelling”? Al di là della battuta, penso che sia perché ci si è resi conto che la gente ha disimparato a comunicare. Si parla solo per brevi frasi (ora su whatsapp puoi addirittura mandare simboli che spiegano quel che vuoi dire, tipo pittura rupestre del nuovo millennio) e la rapidità di comunicazione ha reso l’uso della parola scritta o detta, banale, ridotto a conversazioni di servizio per organizzare qualcosa in cui o non si riesce a parlare per via della musica, o ci si preoccupa di più di scattare foto per immortalare il momento. Memoria e Pensiero, i due corvi che stavano appollaiati sulla spalla di Odino, sembrano aver abbandonato questi lidi. Tuttavia ne sentiamo, nemmeno troppo inconsciamente, la mancanza e dunque rimaniamo incantati quando qualcuno con buone capacità comunicative si rivolge a noi. Di fatto, insegnare storytelling, non è altro che aiutare la gente a ritrovare conoscenze che col tempo ha perduto, come i pensieri felici della storia di cui prima, quelli che fanno volare.
Perché le storie parlano al nostro inconscio? Parla forse un linguaggio diverso dal nostro?
No, semplicemente ha mantenuto l’aspetto animale dell’uomo, dunque usa un modo di comunicare più semplice e istintivo. Proprio per questo, è molto più potente della razionalità e noi lo sappiamo, l’abbiamo capito. Non ho usato a caso quest’ultima parola, perché voglio mostrare questo paradosso: noi creiamo le storie, cioè facciamo un lavoro razionale di costruzione della trama, dei personaggi, del messaggio che si vuole trasmettere, ecc., ma lo facciamo per poter parlare al nostro inconscio. Cioè, usiamo la razionalità per comunicare con l’irrazionale. Che sublime capolavoro l’uomo, non è vero?
Ho un po’ scherzato con il titolo, ma te lo chiedo per davvero, i menestrelli facevano già storytelling?
Secondo alcune fonti, “Menestrello” ha in sé la radice “Ministerium”, dunque si trattava di persone alle dipendenze di qualcuno, che dunque non potevano parlare liberamente, come invece potevano fare i trovatori o ancor più i giullari e i buffoni di corte. Se usati bene, i cantastorie pagati da qualcuno influente per divulgare determinate cose, potevano distruggere la carriera di un nobile o la sua reputazione. Esattamente quello che oggi succede sui social, solo che lì le bufale non venivano vagliate – posto che oggi si riesca a farlo in modo efficace – e si prendeva per vero tutto. Pensate alla sorte delle streghe. Quando si parla di mezzi di persuasione, si pensa sempre all’aspetto negativo, ma venivano usati soprattutto per quello positivo – secondo me per evitarsi guerre che nei tempi antichi erano all’ordine del giorno. Fin dai tempi dei romani, le famiglie nobili dovevano vantare discendenze divine o fatate. Qualche abile storyteller dell’epoca riadattò la vicenda di Melusina per giustificare la nascita della stirpe dei Lusignano ed ecco pronta una famiglia che discende niente meno che da una fata. Dunque, sperando di non incorrere nell’ira dei medievalisti: sì, i menestrelli facevano storytelling.
Adesso però tutto d’un fiato ci devi dire tutte le cose che fai. Trova una maniera artistica per raccontarcele
Un vagabondo mancino e con i capelli rossi si avvicina alle porte di una città, chiedendo di poter entrare. “In che cosa sei esperto?” chiede il guardiano “Sappi che chi è senz’arte non può entrare.” “Sono un attore. Mettimi alla prova.” “Noi non ti vogliamo, abbiamo già i nostri attori.” “Ma sono anche scrittore.” “Abbiamo già uno scrittore.” “Sono narratore di racconti.” “Questo non ci interessa, abbiamo già un narratore di racconti.” “Sono anche mago.” “Abbiamo maghi a volontà.” “Mettimi alla prova: sono un flautista e suonatore di chitarra.” “Niente da fare, abbiamo già un musicista.” Allora l’uomo disse al guardiano: “Vai a chiedere al re se egli ha un uomo capace di fare tutte queste cose insieme e, se ce l’ha, io non chiederò di entrare.”
Tutte le volte che guardo la tua pagina vedo fantastiche nuove ‘follie’, ho come l’impressione che tu sia sempre in movimento. Mi piace seguirti!
Perché allora non lo fate anche voi? Andate a sbirciare il profilo di Stefano… ma attenzione! Potrebbe capitarvi di rimanere avvolti dalle spire delle sue storie.
Buono storytelling a tutti!
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UNA VIBRAZIONE CHE FA PAURA…LA CHIAMANO MAGIA!

Cos’è la magia?

La visione che ne viene data ai nostri giorni è densa di false immagini, sfruttata con connotazioni negative per essere associata a fatti oscuri e malvagi; quella data nei tempi antichi ci riporta invece alla purezza del suo significato. Salomone stesso la definiva come un ‘uso cosciente delle energie naturali’. La visione cambia, è decisamente più positiva!

Allora diciamo che la magia è una vibrazione unica che si diffonde grazie anche a coloro che riescono farla risuonare.

Ognuno di noi è caratterizzato da una sua vibrazione permeata di magia fin dove concediamo alla magia stessa di diffondersi. Ne veniamo semplicemente sfiorati oppure siamo in grado di intercettarla, farla nostra e in alcuni casi di diffonderla agli altri. Anche questa immagine è a mio parere rassicurante.

Torino viene definita ‘città magica’ e questa nomea affonda le sue radici in un passato antico.

Come può una città essere magica?

Ebbene è a mio parere un crogiuolo in cui molteplici caratteristiche si uniscono e permeano di energia tutto quel che sta intorno amplificando quanto ricevono a favore della collettività.

Torino ha una sua vibrazione unica dettata dal luogo in cui è stata costruita, dagli elementi che la compongono, dai simboli che la pervadono e anche dalle persone che la abitano e che risuonano della vibrazione della loro città.

Torino è magica nel senso di possedere quelle vibrazioni particolari che le hanno permesso nel tempo di diventare essa stessa un luogo favorevole alla magia. È così che la voglio leggere.

Ma da qui parte tutto il suo essere speciale.

Quindi, come potrei iniziare se non con la leggenda secondo cui sia stata fondata dal fratello di Osiride che vi stabilì una colonia dedicata ai culti del Dio Api (raffigurato con un toro)? Oppure con quella in base a cui il figlio di Apollo, il re Sole, si mise a scorrazzare per il cielo e per poi cadere proprio nel Po?

A parte le leggende che circolano sulla fondazione di Torino, non è certa l’origine della città, pare invece che il culto del Toro sia radicato nelle memorie di secoli fa… e non si sia spento neppure oggi! (chi ha orecchie per inter intenda!!)

Torino è apice due triangoli magici molto importanti: nel triangolo della magia bianca si accompagna con Praga e Lione, mentre nel triangolo della magia nera con Londra e San Francisco. E così ha anche un cuore bianco che batte nei pressi di Piazza Catello e dei Giardini Reali e un cuore nero con il suo fulcro in Piazza Statuto.

Torino si trova all’incrocio tra due fiumi il Po e la Dora. L’acqua ha un potere e nel caso di Torino addirittura la circonda in una sorta di anello. Il Po rappresenta il Sole, la Dora la Luna. L’acqua del Po rappresenta le Arterie che irrorano e portano energia alla città, le acque della Dora invece sono Vene che raccolgono e purificano la città. Nello stesso tempo il Po ha un’essenza maschile, mentre la Dora ha quella femminile.

Quindi dualismi che si affacciano con simboli e influssi.

E in tutto questo l’acqua trasporta l’energia. Oltre ai fiumi infatti ci sono canali minori e poi come dimenticare le fontane che con loro zampilli di acqua continuano a registrare e a diffondere l’energia che permea la città?

Simboli massonici e iniziatici nella fontana Angelica dove vengono rappresentate le stagioni in un tripudio di vita e messaggi esoterici; rappresentazione della dualità maschile e femminile è la fontana collocata in piazza CLN facendo peraltro da contraltare alle due chiese a cui si appoggia, esse stesse rappresentazione del principio maschile e di quello femminile; nel Valentino la rappresentazione dei dodici mesi con tanto di cascata e vari gruppi statuari a narrare il perpetuo divenire, che peraltro si narra essere stata costruita proprio nel punto in cui precipitò il Fetonte, il figlio di Apollo.

Torino possiede la Sindone, un talismano potente per la città.

In Torino c’è il Museo Egizio… qualche legame con la presunta origine della città?

A Torino si trovano le Grotte Alchemiche che sono diventate meta di maghi e alchimisti proprio grazie alla potenza in esse racchiusa. Alcuni nomi? Cagliostro, Paracelso, Nostradamus… Si tratta di nomi noti. Non trovate? Se aggiungessi Apollonio di Tiana alla lista non vi direbbe probabilmente molto. Si tratta di un personaggio non particolarmente noto, ma che riveste una grande importanza per la città di Torino. E allora sarà il caso di dedicargli un articolo apposta, anche perché Apollonio è uno dei personaggi del mio libro. Devo assolutamente parlarvene meglio!

E poi come dimenticare la Gran Madre che guarda dritta verso Piazza Vittorio e ha un orientamento tale da far rifulgere il sole esattamente sopra il timpano che si trova sopra il colonnato nel giorno del solstizio d’inverno? Si dice addirittura che la statua della donna a sinistra del colonnato sorregga una rappresentazione del sacro Graal e che l’orientamento dei statua stessa contenga gli indizi per trovarlo.

Potrei continuare molto oltre sia descrivendo la moltitudine di elementi che rendono magica Torino, sia gli eventi che in essa sono accaduti a testimonianza delle sue caratteristiche così speciali. Ho voluto darvene un assaggio, farvi cogliere alcuni aspetti particolari che non tutti conoscono per farvi assaporare l’atmosfera in cui il mio ultimo libro si svolge.

Torino è una città iniziatica, è magica. E chi è pronto ad ascoltarla entra in un fluire di energia tale da sentirsene arricchito.

Per chi volesse però approfondire questi brevi cenni che ho raccontato, vi lascio i riferimenti ad alcuni interessanti libri che ho letto personalmente:

  • Torino Città Magica, di Giuditta Dembech
  • Torino Esoterica, di Renzo Rossotti
  • Misteri, Crimini e Storie Insolite di Torino, di Laura Fezia

A presto con i prossimi articoli!

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OCCHI NEGLI OCCHI

Gli piaceva stare seduto su quella fontana, a gambe incrociate guardando le persone di fronte a lui.
Sapeva che osservare poteva portare a comprendere le persone. Non c’erano bugie nella comunicazione non verbale, soprattutto se l’osservazione non era esplicita.
E così vedeva chi era soddisfatto, annoiato, felice o triste.
I movimenti degli occhi, le smorfie del viso o anche i gesti delle mani erano utili indizi per interpretare chi era intorno a lui.
Un bel esercizio per chi come lui voleva capire e andare oltre.
E poi c’era lei, al di là della folla. Un caschetto castano e tante lentiggini in volto.
Era lei che voleva capire. Era lei che voleva indagare. Lo sapeva.
Iniziò a fissarla mentre lentamente mischiava le carte del suo colorato mazzo di Tarocchi.
E sapeva che sarebbe stato una calamita.
Non ci volle molto perché il suo sguardo iniziasse a vagare come attirato da una forza sottile che non riusciva a vedere. Occhi vispi che si muovevano.
E poi la densità dell’aria tra di loro aumentò. Gli occhi erano negli occhi. Questo bastava. Ma non era ancora pronta a quel tocco immateriale così forte. Rifuggiva. Scansava.
Sorrise tra sé e sé.
Non ora. Il momento sarebbe arrivato. Decise in un attimo di lasciare il Matto lì su quel gradino.
L’avrebbe trovato.
L’avrebbe aiutata.
E prima o poi avrebbe capito.

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SENSO VERO

Sedeva sulla sua poltrona preferita leggendo la cronaca cittadina.
Stufo.
Della crudeltà umana.
Aveva passato una vita accettando quel che accadeva. Forse senza rifletterci più di tanto. Così preso dalla sua frenetica vita.
Ora se ne rendeva conto.
Ottenebrato.
Insensibile o forse addirittura cieco di fronte alla sua consacrazione alla follia.
Cieco di fronte alla cruenza e al non-sense che leggeva sui giornali.
Il sangue era diventato dell’acqua colorata.
Il macabro, un racconto noir.

Non era stato immediato il suo risveglio. Un bagliore era infine diventato luce.
In fondo non era importante come fosse arrivato quanto che effettivamente l’impulso avesse agito. Lo avesse risvegliato.
Ribellione.
Trasgressione per i più.
E aveva iniziato a capire.

Come poteva essere normale quel che leggeva?
Come poteva accettare la cattiveria gratuita?
E non c’erano alternative dopo quell’imprevedibile presa di coscienza. Ormai non poteva più accettare.
E di certo non era il tipo da ashram e isolamento.
“Papà… è ora!” La voce di Emilia lo aveva scosso dai suoi pensieri.
Ma effettivamente era tempo di andare.
“Vieni con me oggi?”
“No, non ce la faccio, devo andare a prendere Luca all’asilo”
“Va bene! Allora vado ad affrontare i ragazzi da solo” scherzava. Perché quei suoi ragazzi gli avevano riempito la vita. E avevano dato un senso.
Come lui lo aveva dato a loro.
Aiutandoli
Ogni giorno.
A rimettere un passo dopo l’altro. A riscoprirsi nella loro identità profonda.
Oltre lo stereotipo che la gente aveva appiccicato loro addosso. Di ragazzi perduti. Perché una volta si erano persi.

Questo era.
Per loro.
Per lui stesso.
Finalmente con un senso vero.

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