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INAFFERRABILE SCHIAVITU’

Lo scattante ronzio di una imprendibile zanzara lo stava infastidendo da ore.
Possibile che non si riuscisse a dormire tranquilli neanche il sabato?
In settimana doveva per forza correre tra clienti e numeri, ma il sabato mattina si rifiutava di sottomettersi alla frenesia. Per qualche ora non c’erano e-mail, telefonate e sorrisi di circostanza da sfoggiare con chiunque. Nessuna recita, nessuna disdicevole dimostrazione da leone del business. L’inebriante adrenalina dell’aver chiuso un altro contratto si scioglieva senza lasciare traccia. Poteva togliersi la maschera ed essere se stesso: il semplice e riservato Roberto che era sempre stato. Il Roberto fatto di sorrisi veri e gioia pura quando poteva montare sulla sua moto per abbandonare la città e correre sugli sterrati delle montagne.

Sua nonna che abitava ancora lì in alto, tra cucuzzoli e boschi, continuava a dirglielo che quel modo di vivere non lo avrebbe portato da nessuna parte. Ma era testardo. Aveva deciso di diventare un uomo di successo e lo era diventato a dispetto di tutti e tutto.
Ogni tanto se lo chiedeva: a che prezzo? Cosa aveva sacrificato per arrivare su quella vetta effimera fatta di soldi e riconoscimenti falsi?
In improvvisi e inaspettati momenti di folle lucidità se lo domandava. E dentro di sé aveva la risposta. Anche se non la voleva sentire.
Tutto era diventato come lui aveva voluto, avrebbe dovuto esserne contento. E allora perché riusciva a innervosirsi a tal punto per una zanzara? Era davvero lei a togliergli il sonno? O forse c’era qualcos’altro che gli scavava dentro?
Era difficile da dire, ma la lentezza aveva acquisito ai suoi occhi un fascino diverso e alla lentezza sarebbe voluto tornare.
Gli mancava il fuoco scoppiettante del camino d’inverno, il cielo azzurro e l’aria pulita, le distese innevate e il silenzio urlante della natura.
Era un pensiero che montava quando si fermava. Quando non era schiacciato dagli impegni e la mente aveva il tempo di volare libera. Bastavano pochi istanti per fagli provare quell’emozione folgorante.
Avrebbe mai potuto fare ritorno?

Si girò di scatto e un veloce movimento della mano mise finalmente fine al viaggio di quella zanzara.
Si alzò. Ormai era tardi. Un caffè forte per togliere il velo di tristezza e riprendere il controllo.
Aveva una partita di golf nel pomeriggio.
Un cliente lo stava aspettando.
Non poteva mancare.

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TREDICI

Una coperta cremisi ondeggiava appesa al balcone. Era una chiazza intensa sullo sfondo panna e ocra di quella casetta di montagna.
Aveva catturato la sua attenzione in quello scorrere di immagini al di là del finestrino. Solitaria e arrogante nel suo voler imporre la sua presenza. C’era e non si poteva non notarla. Bella e forte.
Auricolari nelle orecchie e attenzione su tutto quel che era fuori dalla macchina cercando di aggrapparsi a ogni brandello di immagine. Graffi di unghie sul fluire della realtà che si spostava un fotogramma alla volta. Lontano dalla sua casa. Lontano dalla sua scuola. Lontano dal suo amore.

Nadia deglutì.
Non voleva lasciare la città.

Non adesso che la sua vita aveva iniziato a ticchettare a un ritmo diverso. Michele finalmente si era accorto di lei. Ci era voluto tutto l’anno scolastico perché questo potesse accadere. Flebili attenzioni senza importanza mentre erano state in tante ad averlo sfiorato, ad aver catturato la sua attenzione. Un anno di pazienza. Un anno imperlato da grandi speranze e altrettanti enormi delusioni. Un anno di lacrime. Ma alla fine il suo sguardo si era posato su di lei.
Quegli occhi azzurri e le lentiggini. Si sentiva sciogliere dentro come ghiaccio bollente.
Impossibile eppure era accaduto.
Un sorriso. Il cuore che balzava nel petto.
Un sospiro pensando e sognando. Se gli sarebbe mancata. Cosa avrebbe fatto. Quando sarebbe tornata e finalmente qualcosa in più sarebbe potuto succedere. Perché così doveva essere.
Ne era certa senza tentennamenti o incertezze.
“You are the sun, you are the rain…” la musica fluiva e la scaldava dentro.
Vintage puro.
Lionel Richie le avrebbe tenuto compagnia quella estate dai nonni. E la nonna avrebbe apprezzato. La sua grande nonna buona dai riccioli argentati. Con il sorriso imperfetto ma il cuore immenso.

E il tempo fluiva tra prati e alberi, montagne e sole.

Aroma di caffè quando scesero dalla macchina. Erano arrivati.
Si sarebbe fatta coccolare.
Le avrebbe raccontato il suo amore.
E lei avrebbe capito.
Le sue rughe si sarebbero arricciate di gioia.
Raso su un reticolo di saggezza.

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IMMENSO ABBRACCIO

‘Tredici gradini per raggiungere l’illuminazione’, quel volantino di carta che aveva trovato nel tempio buddista vicino a casa era stato chiaro. Nonostante l’anonimo sfondo bianco, lo aveva attirato. Circuito. Convinto.

Ed era partito.

“Via da lì, non puoi affacciarti da quella finestra” la guida con una voce gracchiante da pappagallo aveva interrotto il silenzio in cui i pensieri galleggiavano. Effettivamente non aveva tutti i torti ma le vette bianche al di là di quella finestrella erano state un richiamo troppo forte per poter resistere. Non aveva certo riflettuto su cosa si potesse o non potesse fare.

“Sì, sì, adesso scendo” ma non ne era troppo convinto. Lì sopra poteva essere schiaffeggiato dal vento freddo del Nepal mentre tutta Gyantse sembrava lontana: una città inginocchiata di fronte alla costruzione sacra in cui si trovava.

“Dai Giovanni scendi. Dalle retta.” La voce di sua sorella era comprensiva come sempre. E stavolta lo faceva incazzare. Perché non voleva essere più compreso, né tanto meno compatito per quel che era accaduto a sua moglie. Era arrabbiato. Era stufo. E aveva il cuore in mille pezzi. Se fosse rimasto a casa almeno sarebbe riuscito a continuare a bere. Non certo acqua. Fare l’assaggiatore di vini aveva questo grande vantaggio in fondo…

“Uff… ti ci metti anche tu?” gli occhiali da sole tintinnarono sui bottoni della giacca, “La prossima volta che deciderò di viaggiare verrò da solo…” uno sguardo velato di tristezza gli sfiorò il viso come un bacio leggero. Strano. Una sensazione impossibile da spiegare. Calore e vicinanza che lenivano il suo dolore. Ma non provenivano solo da sua sorella lì di fronte a lui. Era come se un pezzo della compassione di tutte le persone che erano lì gli fosse stata riservata. Come se l’amore che quelle pareti avevano assorbito dai tanti pellegrini in viaggio ora venisse rilasciato solo per lui. Immenso. Un’onda dopo l’altra il suo cuore veniva avvolto e lenito. Accarezzato e ricomposto. Non servì altro per far sbollire quella sua rabbia improvvisa. “Scusa…” una sola parola. Era sopraffatto da quello che aveva provato. Non avrebbe saputo dire altro in quel momento. Ma aveva la certezza che il suo processo di guarigione fosse iniziato lì. In quel clima freddo che per un po’ aveva immobilizzato il suo dolore. A oltre quattromila metri. Ai confini del cielo.

“Passerà… ci vorrà solo del tempo…” venne preso per mano non appena sceso dalla finestra proibita, “siamo qui per questo.”

La abbracciò forte. Come sarebbe potuto partire senza di lei? Era la sua sorellona. La sua ancora. Lei che da piccina lo aveva persino convinto a mangiare la frutta.

“Vieni a bruciare l’incenso” dei bastoncini verdi erano già nelle sue mani, “è tornata a essere spirito. Così le saremo vicini.” Si inginocchiò.

E anche lui non esitò a fare altrettanto. Quella statua gigantesca lì di fronte a lui esigeva il rispetto e la gratitudine per averlo salvato.

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MA PRIMA O POI AVREBBE SMESSO

Una dracma era in fondo alla scatola dei fili. Stava lì solitaria. Silenziosa e discreta vestita di grigio opaco. Con un lungo graffio a sfregiarne l’effige.
Come fosse finita tra gli aghi e gli altri strumenti da rammendo proprio non se lo ricordava. Ma sembrava che adesso le stesse parlando. Che le urlasse quanto la sua mente fosse ottenebrata dal correre quotidiano. I pantaloni le penzolavano in grembo. Le mani stingevano la stoffa e gli occhi non si staccavano da quel cerchio di metallo.
Correre senza un nome. Liquida tra le fandonie di ogni giorno.
Si appoggiò al bracciolo del divano. Stanca e infreddolita in quell’autunno carico di pioggia.
Ma sapeva di voler essere lì. Affaccendata per riuscire ad arrivare a fine mese. Tra lavoro e figli, senza praticamente nient’altro che potesse sollevarla dai doveri.
Ormai aveva smesso di credere che sarebbe tornato. Lo sapeva che aveva preferito le fragole alla calda minestra di casa. Ci si era abituata. Non c’era più dolore. Solo un costante velo di pungente malinconia.
Scrosciare di pioggia al di là della finestra.
Ma prima o poi avrebbe smesso.
Ne era certa.

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Fratellanza

Un abbondante sbadiglio dopo l’abbuffata di pranzo certo non si poteva negare a nessuno.
“Non avrai esagerato un pochino?” Lucia guardava Aldo con un misto di stupore e incredulità per l’opera che aveva compiuto suo fratello.
“Dai Lu, non rompere. Per una volta che non c’è la mamma a stressare ti ci metti tu? Dovevo chiederti il permesso forse?” ecco era arrivato al punto, doveva improvvisare stronzate proprio quando non c’erano i parents?
“Forse non hai capito,” il crepitio allegro del camino la distraeva da quello sciocco di suo fratello spaparanzato sul divano “io devo uscire e farmi i fatti miei stasera, vorrei evitare di rimanere bloccata a casa a far da balia a te.”
“E chi ti ha chiesto niente… sono quasi maggiorenne e so quel che faccio.” Aldo si alzò e preso un giubbotto al volo uscì in veranda.
“Dove stai andando adesso? Non sono quei quattro baffi che hai sotto il naso a farti grande Aldo. Cresci, cazzo!” da un rimbrotto si stava trasformando in una litigata.
“Ma lo sai che credo tu sia davvero più pesante di mamma!? Lo confermo…” accese una sigaretta del padre e sbuffò una nuvola di fumo impertinente.
Ecco, quella del fumo era un’altra delle cose che la faceva imbestialire. Da quando gli avevano beccato le sigarette nelle tasche, in casa era scattato il regime di controllo. E neppure lei riusciva più a farla franca. Tra annusate sparse quando tornava a casa e preoccupazione nel lasciare la borsa sopra la sedia.
Regime del terrore immotivato per lei… ma pesante da sopportare.
“Ne vuoi un tiro sorella ‘mercurio’?” fece una smorfia… ma la verità era che non riusciva a rimanere più di tanto arrabbiata con lui.
“Va be’, vuol dire che resterò ancora qualche ora per vedere che tu stia bene. Passa quel pacchetto fratello rompiscatole.”
“Dai sorellona vieni qui che ti scaldo, due minuti fuori e già ti è venuto il naso rosso.” Un sorriso solare che sapeva conquistare tutti.
“Come sei solerte…”
“Urca che parolona… arriva dalla mitologia greca? Un Dio? Un viale?”
“No Aldo, questa no, ti prego…” non riuscì a non scoppiare a ridere. Ma come gli venivano fuori proprio non lo sapeva.
Certe volte non capiva se quello sfoggio di stronzate fosse dettato da una profonda ignoranza o dal suo modo di appianare tutte le discussioni con una bella risata e una pacca sulla spalla.

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