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Quando una canzone ti ricorda chi sei

Ci sono momenti in cui basta un dettaglio — una canzone, un odore — per ricordarti chi eri prima di perderti dentro ruoli e responsabilità

Niente Spotify. Niente Bluetooth. Solo un mangiacassette infilato nello zaino e la voce roca di Vasco a tutto volume.
Erano gli anni delle trasferte di basket, delle amiche che stonavano felici, di papà che ci guidava con la pazienza di un santo.
E Vasco? La colonna sonora della mia adolescenza. E, in fondo, anche della mia vita.

"Ma ti sei commossa a un concerto rock?"

Sì, mi è successo. Perché certe canzoni non si ascoltano solo con le orecchie.
Si ascoltano con la pelle, con la memoria, con il cuore.

E in quel momento, ti senti viva.
Ti ricordi chi sei.

Una canzone, una poesia, un romanzo, una pennellata di colore: qualcosa ti tocca, ti attraversa, e ti risveglia.
È lì che accade la magia: ti riconosci. Ti ricolleghi a una parte di te che forse avevi dimenticato.

Le canzoni di Vasco, con le loro frasi a volte spezzate, i pensieri lasciati in sospeso, ti lasciano spazio.
Spazio per metterci dentro la tua storia.
E così una canzone che è di tutti, diventa anche solo tua.
Un frammento condiviso, che però sa modellarsi sulla vita di ognuno.

È questa la vera risonanza: quando qualcosa vibra dentro di te, senza che tu debba spiegarla.

Quando un verso ti attraversa e senti che ti appartiene.
Quando riconosci il battito della tua anima in parole che non hai scritto tu, ma che sembrano scritte per te.

Ognuno ha un proprio pulsante.
Il mio è la voce di Vasco.
Il tuo, forse, è un tramonto, un libro, un profumo, un ricordo.

Se senti il desiderio di riconnetterti con le tue emozioni più autentiche, ascoltale.
Lascia che parlino.
Perché da lì nasce la tua verità, la tua direzione, la tua bellezza.

E se vuoi iniziare un percorso che ti aiuti ad ascoltarti davvero, puoi farlo. Con delicatezza, con rispetto, al tuo ritmo.

Lavoro sullo sviluppo della consapevolezza personale: la conoscenza ed accettazione di sé sono le fondamenta per trovare la spinta necessaria a raggiungere i tuoi obiettivi, superare i conflitti e i momenti di crisi che ti può capitare di attraversare.

 

Mara W. Cassardo

Professional Counselor

+39 3473443223

 

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La trappola dello storytelling

Quante volte ti sei raccontata una storia sul tuo lavoro solo perché qualcun altro l'aveva scritta per te?

Stamattina mi sono svegliata con un pensiero strano:

“È ora di rileggere 1984 di Orwell.”

Non è proprio una lettura da colazione con brioche, ma tant’è: certe storie pizzicano meglio di mille editoriali.

Non so se l’hai mai letto, o almeno ne hai sentito parlare.

1984 è un romanzo (e, come dico sempre, mai sottovalutare il potere dei romanzi: arrivano dritti all’inconscio). Per la precisione, è un distopico — un racconto che mostra cosa potrebbe succedere se il mondo prendesse una direzione diversa da quella reale.

Il genere distopico, come la fantascienza, ha un potere enorme: narra scenari inventati che però rappresentano possibilità concrete, se si verificano certi eventi.

Nel caso di 1984, per esempio:

  • cosa accadrebbe se vincesse un totalitarismo

  • se smettessimo di opporci alle ingiustizie

  • se non esistessero più diritti, nemmeno quello di pensare con la propria testa

Tranquilli, è solo un’ipotesi.

Un “e se…” portato all’estremo.

Anche qui il condizionale è fondamentale. Ma proviamo a immaginare:

  • se ognuno pensasse solo ciò che gli viene detto di pensare

  • se oggi si dovesse credere a una cosa e domani al suo opposto, non perché si è cambiato idea in base a nuove informazioni, ma semplicemente perché così è stato ordinato

Impossibile, vero? Solo fantascienza. Baggianate da ragazzini. Già.

Dopotutto, noi non viviamo in un mondo fatto così… o no?

Lo storytelling è uno strumento potentissimo. Ma — come ogni strumento — tutto dipende da chi lo impugna.

Cosa accade quando lo storytelling diventa una trappola?

Quando chi possiede una grande quantità di informazioni decide deliberatamente di usarne solo una parte, costruendo una narrazione utile a un suo scopo. Qui non parliamo di genuina convinzione, ma di manipolazione consapevole.

Ed ecco che la storia si trasforma. Il bianco diventa nero. E tutto sembra normale.

Certo, nella dialettica umana è normale selezionare gli elementi più efficaci per sostenere la propria tesi. Fa parte dell’arte oratoria (che è meravigliosa). Ma cosa succede quando lo si fa per difendere interessi che si sanno essere sbagliati, o addirittura sono puramente personali?

In 1984 accade anche qualcos’altro di interessante: quando la manipolazione parte dall’alto, viene poi replicata dai sottoposti verso chi sta più in basso. Un livello dopo l’altro.

E qui i confini, tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, si fanno sottili. Perché se ascolti una storia incompleta, senza tutti i fatti, come puoi sapere se è vera? Ti fidi. E magari finisci per diventare tu stesso uno strumento di diffusione.

Wow, vero?

Poi accade qualcosa.

Una sensazione, un malessere, una vibrazione interiore.

Un campanello d’allarme? Chiamiamolo così.

E lì si apre una scelta: ascoltarlo, oppure far finta di niente. Perché ascoltarlo significherebbe opporsi. Ribellarsi a uno status quo. E una voce da sola non vince. Meglio lasciar perdere, no? Meglio farsi trascinare dalla corrente e cercare di non perdere i diritti conquistati con fatica. In fondo, più in basso sei nella catena, meno vieni ascoltato. E poi, magari, è solo un’impressione.

Già.

Ma ci sono sensazioni che fanno troppo rumore per essere ignorate. (E qui, lasciamelo dire: leggi il libro. Ne vale la pena, davvero.)

E allora, che si fa?

Si parte da lì. Dalla propria rivoluzione personale.

Da quel momento in cui ciò che accade non è più in linea con i propri valori — i veri fondamenti di ogni persona. Quelli che dovrebbero guidarci.

Forse è il momento di rispolverarli, quei valori. Di chiederci davvero quali siano. E di orientare di nuovo le nostre azioni in base a essi.

Partendo dalle piccole cose: informarsi di più, cercare i fatti che non sono visibili ma potrebbero diventarlo, ascoltare anche chi racconta un punto di vista diverso, chiedersi se la nostra fiducia è ben riposta, se chi ci guida ha (o usa) davvero tutti gli elementi per raccontarci la storia intera.

Attenzione: magari questo mondo (che ovviamente non esiste, te l’ho detto — è solo un romanzo distopico/fantascientifico) potrebbe persino spingerci a pensare che siano i nostri valori a essere sbagliati.

E a quel punto sarebbe tutto perduto. Perderemmo noi stessi. Diventeremmo gusci vuoti che sopravvivono.

E dov’è, in tutto questo, il nostro contributo al mondo? Dov’è il senso che ognuno di noi cerca?

Se vuoi iniziare a rispondere seriamente a questa domanda, il Termometro del Senso è un buon primo passo.

Ma tranquilli. La distopia come la fantascienza raccontano cose che non esistono. Quindi possiamo continuare a vivere le nostre vite.

Attenzione però: 1984 è solo un romanzo, ma una storia diversa può cominciare anche da te.

Vuoi iniziare un viaggio insieme per meglio comprendere ciò che non ti fa stare bene?

Lavoro sullo sviluppo della consapevolezza personale: la conoscenza ed accettazione di sé sono le fondamenta per trovare la spinta necessaria a raggiungere i tuoi obiettivi, superare i conflitti e i momenti di crisi che ti può capitare di attraversare.

 

Mara W. Cassardo

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I CALZINI SPAIATI

Nel mondo del lavoro, spesso si pensa che le emozioni siano come i calzini spaiati: meglio non farli vedere in pubblico! L’idea dominante, infatti, è che le emozioni disturbino la razionalità. E in ufficio è proprio di razionalità che c’è bisogno per fare business, risolvere problemi e mantenere la concentrazione. Si pensa che il lavoro sia il regno della logica, e che le emozioni siano un po' come la forza in Star Wars: da tenere sotto controllo, altrimenti "che il caos sia con te!"

Anche tu pensi che mostrare le emozioni sul lavoro sia un rischio da evitare? Non sei sola — ma forse è proprio il contrario.

Ma siamo davvero sicuri che le emozioni siano un nemico da combattere a tutti i costi?

E se ti dicessi che le emozioni possono diventare un vero superpotere anche in ufficio? Sì, perché le emozioni permettono di creare un ambiente di condivisione, di comunicare come ci si sente e di comprendere meglio cosa va e cosa no. Pensaci: se tutti fossero sempre perfettamente razionali, senza alcuna empatia, le relazioni sarebbero fredde e distanti. Le emozioni, invece, ci aiutano a costruire relazioni sane, che a loro volta migliorano la nostra vita lavorativa.

Un esempio concreto? Immagina una giornata in cui un collega riceve un’email con una critica pesante e, senza rendersene conto, diventa più brusco nei toni con il resto del team. Le tensioni aumentano, il lavoro si blocca e l’atmosfera si fa pesante. Se quel collega avesse avuto la consapevolezza di fermarsi un attimo e riconoscere l'emozione che stava provando – frustrazione o rabbia – avrebbe potuto gestirla meglio e comunicare con calma.

Piccoli gesti di autoconsapevolezza possono prevenire grandi incomprensioni.

Le emozioni diventano un problema solo quando non riusciamo a gestirle. Se lasciamo che siano loro a dominarci, rischiamo di creare conflitti e tensioni. Ecco perché è fondamentale conoscerle e imparare a includerle, facendole diventare funzionali a chi siamo. Questo richiede consapevolezza: sapere cosa proviamo, perché lo proviamo, e come le emozioni influenzano il nostro comportamento.

Uno strumento che ho scoperto oltre dieci anni fa per lavorare sulla consapevolezza emotiva sono i Fiori di Bach. La mia esperienza personale con questi rimedi è iniziata grazie alla pediatra di mio figlio, che ci ha consigliato i Fiori per aiutarlo a superare alcuni sintomi che con la medicina tradizionale non stavano sparendo. Con sorpresa, ho visto un miglioramento. Perché l’origine non era un problema fisico. Qualche anno dopo, i Fiori di Bach sono rientrati nella mia vita in un momento in cui ero io a non stare bene, e da lì è iniziato il mio percorso di studio e di scoperta.

I Fiori di Bach sono suddivisi in 38 rimedi, ognuno dei quali rappresenta una specifica sfumatura dell'emotività umana, come la paura, l'incertezza, la solitudine o il senso di scoraggiamento. Questi rimedi sono il risultato di anni di ricerca condotti dal dottor Edward Bach, un medico britannico che, prima di dedicarsi completamente a questo progetto, aveva già lasciato un segno nella medicina tradizionale. Durante la Prima Guerra Mondiale, infatti, Bach sviluppò sette vaccini (o "nosodi") per trattare infezioni croniche, dimostrando il suo contributo significativo alla scienza del tempo.

Nonostante questi successi, Bach era convinto che il vero benessere derivasse dall'armonia tra mente, corpo ed emozioni. Decise quindi di concentrare la sua ricerca su come gli stati emotivi influenzassero la salute fisica. Dopo anni di osservazione e sperimentazione, scoprì 38 rimedi floreali, ciascuno capace di agire su un particolare squilibrio emotivo, aiutando la persona a ritrovare uno stato di benessere.

Questi rimedi non sopprimono le emozioni, ma lavorano per trasformarle, aiutando a ritrovare equilibrio e serenità nella vita quotidiana, anche nei momenti più difficili.

Lasciando da parte la convinzione che solo la razionalità conti sul lavoro, possiamo scoprire quanto sia importante accogliere anche le nostre emozioni. Non sono nemiche, né ostacoli da superare. Sono invece una bussola preziosa che ci aiuta a capire cosa ci fa stare bene e cosa no. E, proprio come quei calzini spaiati che pensavamo di dover nascondere, le emozioni possono essere finalmente accettate e "riaccoppiate" con la nostra parte più razionale, riportandoci a uno stato di equilibrio. A quel punto, non saranno più un problema da eliminare, ma una risorsa per migliorare le nostre relazioni e il nostro benessere, anche in ufficio.

E a volte, esplorare nuovi mondi – come quello dei Fiori di Bach – può aprire porte inaspettate verso il benessere (STAY TUNED... ci sono novità in arrivo!).

Riparti da te stesso, prendendo consapevolezza delle tue emozioni e dei disequilibri che possono causare malessere. Questo è il cuore del mio lavoro come Counselor. Durante le sessioni, accompagno i miei clienti in un percorso di esplorazione del proprio mondo interiore, aiutandoli a riconoscere le proprie fragilità e riscoprire i propri valori. Se vuoi lavorare su di te, contattami e scopri come i Fiori di Bach possono essere un valido strumento nel tuo cammino.

 

Mara W. Cassardo

Professional Counselor

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Open post Può un mal di schiena parlare?

Può un mal di schiena parlare?

Può un mal di schiena parlare?

Sembra fatto apposta, gli sgoccioli del 2023 da vivere, un 2024 che sta per fare capolino ed eccomi bloccata: programmi saltati e tempo per pensare (e scrivere!).

Il corpo a volte si ferma prima della mente. Ti sei mai chiesta cosa stava cercando di dirti un malessere fisico arrivato proprio nel momento sbagliato?

Ci sono delle volte che proprio non avrei voglia di pensare e questo era uno di quelli, ma evidentemente c’era l’impellenza che qualche riflessione dovesse essere fatta.

Di fronte a questa situazione posso adottare due atteggiamenti: arrabbiarmi, visto che di giorni di vacanza non è che poi ne faccio molti, oppure accettare quel che è arrivato e vedere cosa mi porta.

Diciamo che l’idea di uscire, girare per la campagna con il mio cane, fare qualche vagabondaggio per le città qui nei dintorni mi allettava… e invece eccomi allettata. Sembra una beffa, ma alle volte anche solo una piccola lettera fa la differenza.

Il pensiero che immediatamente verrebbe è: la situazione esterna mi sta bloccando, c’è qualcosa che mi impedisce di fare ciò che voglio… e l’istinto di incrociare le braccia e mettere il broncio confesso che c’è!

Ma, se ci rifletto bene, sarebbe proprio questo atteggiamento a rendermi prigioniera delle condizioni esterne: già perché

non posso controllare quel che ho intorno, ma posso di certo decidere come reagire ad esse.

E allora il pensiero si estende e torna indietro a questo 2023 che tanto m’ha dato e molto mi ha fatto penare. Mi rendo conto che seppur complicato, sarà uno di quegli anni che non dimenticherò. Hai presente quando la memoria torna indietro e riattraversa momenti speciali? Quelle situazioni che sono talmente cariche di significato o di emozione da rimanere impresse nella memoria. E se confronto questo anno con tanti altri del passato mi sembra sia stato addirittura più lungo. Alcuni anni mi rendo conto di averli addirittura dimenticati. Invece sono certa che questo non accadrà al 2023.

Quindi se devo fare un bilancio sono grata che ci sia stato un anno così denso e complicato, perché, con tutte le persone e le situazioni che l’hanno attraversato, mi ha fatto sentire davvero viva.

Anche se, riflettendo su quello che è successo, mi dico che alcune situazioni avrei preferito non viverle, sarei stata meno male, avrei vissuto più serenamente. E allora la domanda che mi pongo diventa:

quando la ricerca di serenità è giusta e quando invece diventa fonte di appiattimento e di mancanza di emozione?

Ed è proprio questa la domanda che mi porto nel 2024 perché troppo spesso capita che per paura di quel che potrebbe accadere si rinuncia a vivere.

Ecco, il mio proposito per il 2024 è VIVERE. Scritto tutto maiuscolo. Ed è in questa parola che sta il correre, il fare, l’emozionarsi, l’essere sincera, l’amare, il proteggere, il crescere, lo scoprire, senza dimenticarmi, però, mai di me stessa.

Quindi aggiungo un’altra parola: CONSAPEVOLEZZA.

Perché vivere bene non significa farsi trascinare da qualunque input dato dal mondo esterno, ma cogliere le nuove possibilità che vengono proposte non facendosi fermare dalla paura e accettando il cambiamento che potrebbero portare.

Quindi ringrazio il 2023, mi prendo un Sinflex e sorrido, pronta a vivere consapevolmente il 2024 che sta per arrivare.

E a te cosa ha portato il 2023 che decidi di prendere a braccetto per un 2024 carico di vita?

Quindi ringrazio l'anno passato, mi prendo un Sinflex e sorrido, pronta a vivere consapevolmente l'anno che sta per arrivare.

E se sei in dubbio da cosa partire per questo nuovo inizio, mettiti alla prova con il Termometro del Senso.

Mara W. Cassardo - Counselor

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Ogni vita è una storia

Ogni vita è una storia. Ricca. Complessa. E talvolta anche strana. E nella sua complessità è sempre piena di significati che ti portano a guardarla come se fosse un film mai proiettato. Un libro mai scritto. Perché la storia di ognuno, anche se sotto alcuni aspetti può essere simile a quella di altri, di contro, invece, è assolutamente differente. Quindi è unica.

Ti sei mai sentita come se la tua vita fosse solo una serie di eventi senza filo conduttore? Ogni storia, anche la tua, ha un senso, va solo riletta.

Non ne sei convintə?

Ripercorri quello che hai vissuto, cogli i singoli accadimenti, prova a collegarli e ad appenderli a un immaginario filo rosso che li riordina, fa comprendere il senso delle scelte, fa emergere le cause e gli effetti, illumina sogni e fallimenti.

E se ti soffermi per un po’, guardi in profondità, ricordi e ti lasci stupire dalle scoperte a cui magari prima non avevi fatto caso, vedrai che

sono tantissimi i fili che riesci a tessere considerando tutto quello che ti è successo.

Li vedi? Potevi immaginare che fossero così tanti?

E allora prova a pensare quando storie differenti, vite diverse, fili rossi che hanno preso strade inimmaginabili e uniche inaspettatamente si incontrano: può succedere di tutto. Sì, perché possono sfiorarsi per un istante, confrontarsi su cosa le accomuna oppure immaginare cosa possa essere senza neppure dirselo. Potenzialità che divengono o si dissolvono. Si avvicinano o divergono.

Cosa fa la differenza? La situazione in cui tu ti trovi quando questi incontri avvengono. Perché è sempre quel che sta accadendo nella tua vita a far sì che tu possa trovarne il senso, il motivo. A permettere che siano o vengano interrotti.

La risposta non è nell’altrə, ma in te.

E allora pensa agli incontri che hai avuto nell’ultima settimana, nell’ultimo mese o nell’ultimo anno.

Quali hanno risuonato con il tuo vissuto? A quali hai dato la possibilità di manifestarsi?

Ognuno di questi potrebbe aver lasciato una traccia, una riflessione. Per similitudine o diversità. Agendo per comparazione di quel che apprezzi o non sopporti. La cosa affascinante è che comunque sia andata ti hanno parlato di te, di quello che cerchi, che fuggi, che ami o che odi. Perché nell’altrə ti specchi e ti riconosci se poni la giusta attenzione quando lə hai di fronte a te.

La ricchezza dell’altrə è la tua ricchezza. La sua debolezza, la tua.

Ed è questo a mio avviso il punto nodale: comprendere quel che accade, guardarlo davvero e trovarne un senso. Questo non significa accettare ogni persona che incrocia la sua storia con la tua, o rassegnarsi a quello che l’incontro ha causato, ma prenderne consapevolezza per poter far sì che il tuo filo rosso eventualmente prosegua la sua strada, magari anche in una direzione diversa.

Ma con gratitudine.

E quindi: cosa hai scoperto di nuovo su di te tramite le storie che hai lasciato incrociare con la tua vita?

 

Se vuoi provare a rispondere con qualcosa di più concreto di un pensiero, il Termometro del Senso ti aiuta a mettere a fuoco da dove parte la tua storia professionale in questo momento.

 

Mara W. Cassardo - Counselor

Professional Counselor

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