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Lo storytelling. Quello personale!

La vita è un continuum: ossia quel che accade ha un senso di continuità con quel che è accaduto nel passato e quel che accadrà nel futuro.

Ogni passo che si fa viene mosso dal precedente e definisce il successivo.

E nel mentre, il percorso si traccia, evolve, si trasforma.

Ma tutto questo non è lasciato al caso.

E questo è il bello perché altrimenti saremmo marionette senza alcuna possibilità di essere padroni della nostra vita.

 

Il fil rouge che collega fatti ed eventi ha una sua significatività che è relativa a chi si è davvero.

Perché si è, c’è un senso, così come un significato è presente nella vita di ognuno.

Solo che non sempre lo si riconosce.

E in tal caso continuiamo a vedere la nostra vita come un insieme di fatti tra loro slegati.
Oppure si pensa che siano sempre le forze esterne a condizionare quel che accade.

C’è complessità in quel che dico e me ne rendo conto io per prima scrivendone.
Perché tu sei tu, il mondo esterno influenza la tua vita, può farti cambiare direzione, può causare dinamiche complicate, ma se riconosci chi sei, le variabili esterne diventano e possono essere riconosciute come contesto, non essenza. Nello stesso tempo però, pur non essendo essenza, sono condizioni fondamentali per permetterti di emergere per quel che sei.

 

Quindi riconoscere la propria storia, o meglio le proprie storie, permette da un lato di avere il proprio punto di vista, dall’altro di mantenersi in cammino non confondendo il senso di chi si è con i fatti che accadono, ma altresì accettando quel che accade come condizione essenziale alla propria realizzazione.

 

Chi siamo ci permette di interpretare.

Spostare il punto di vista, partendo dal dentro, ci permette di continuare a essere protagonisti. Il punto di vista deve poter partire dalla nostra essenza. Quindi dobbiamo riconoscerla.

Chi sono? È la domanda principe. Perché si deve passare dal riconoscimento della propria essenza. Del proprio significato. Riconoscendo l’unicità che si porta nel mondo.

Riconoscendo il senso della propria vita, si può interpretare quel che accade, accettandolo e non facendosene schiacciare.

E da qui nascono le mie sessioni di counseling basate sullo storytelling. Il proprio. Quello personale.

 

Mara W. Cassardo - Counselor

+39 3473443223

mwc@maracassardo.it

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Ce la posso fare… ancora… e ancora?

Siamo delle macchine da guerra.

Lottiamo.

Corriamo.

Pretendiamo da noi stessi.

Perché il non farlo ci farebbe sentire in colpa.

Perché pensiamo che sia giusto così o forse che non sarebbe giusto fare il contrario.

E allora lottiamo ancora.

Corriamo ancora.

E pretendiamo un pezzo più.

Perché crediamo di potercela fare sempre e comunque.

Perché è la nostra mente a dircelo. E nella società in cui viviamo, tutto quel che dice la mente è vero. A discapito del resto.

E allora non importa se ascoltare la nostra mente significa mettere a tacere le emozioni, i disagi o anche i segnali che il nostro corpo ci dà. Andiamo avanti imperterriti.

Marciamo a passo spedito nell’epoca di Superman e Wonder Woman.

 

Fino a quando un ‘click’ ci blocca.

 

E dice basta. Decide lui per noi.

E allora si smette del tutto di correre, pretendere e lottare.

 

La cosa brutta è che se arriva quel click non ci sono alternative a rimedi più importanti, arrivando anche alle medicine.

 

Quindi?

 

Fermati un attimo.

Respira.

Guardati allo specchio e chiediti: come sto?

Mi sto ascoltando?

Ecco parti proprio da qui.

Dal capire di cosa hai bisogno, cosa ti muove e quindi cosa ti sta schiacciando adesso.

Hai bisogno di una mano per capirlo. Non vergognartene e cercala.

Ma non aspettare. Fai il primo passo.

 

Decidere di prenderti cura di te è il più gran regalo che ti puoi fare.

 

 

Mara W. Cassardo - Counselor

+39 3473443223

mwc@maracassardo.it

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Il lato oscuro del lavorare per obiettivi

È innegabile: la capacità di lavorare per obiettivi rappresenta un soft skill fondamentale per riuscire nel mondo del lavoro ma non solo.

Questo perché fissare il punto verso il quale si vuol tendere rende significativo ogni passo, rende autonomi nello step successivo, rende consapevoli del motivo per il quale si stanno facendo talune attività. Quindi complessivamente è un modello utile per incrementare la produttività.

Non solo quella dell’azienda, anche la nostra personale. Perché applicare il modello per obiettivi fa sì che la giornata possa comprendere più cose. Che fin dalla mattina si riescano a svolgere attività evitando la sensazione del tempo che fluisce inesorabile. Si riesci sostanzialmente ad assegnare significato alle piccole azioni che diventano tasselli organizzati e imprescindibili, seppur nella loro piccolezza, per quel qualcosa di più grande che è l’obiettivo stesso.

Lavorare per obiettivi significa avere le idee chiare sul dove si vuole arrivare e quindi organizzarsi al fine di giungere al traguardo.

Significa definire una tabella di marcia giornaliera o a più breve periodo che ci permetta di svolgere azioni utili al raggiungimento del target. Evitando quindi di perdere tempo, procrastinare.

Ci sono tecniche e modalità per operare in questo modo. Lasciandosi anche i giusti spazi per riprendere fiato evitando quindi di sfiancarsi nel percorso rendendolo a sua volta inefficace.

Ma se lavorare per obiettivi avesse un lato oscuro?

Lo so. È provocatorio. Ma voglio fare un salto in avanti, aggiungendo elementi al ragionamento perché quasi mai la via da percorrere è semplice e lineare.

Troppo spesso capita di avere a che fare con persone che sono talmente orientate ai propri obiettivi da sacrificare qualsiasi cosa o persona che si trovi lungo il loro percorso perché ritenuto necessario per il raggiungimento del proprio obiettivo. Ti è mai capitato? A me sì. Ancor oggi.

Cosa accade quando ci sono ostacoli?

L’opinione contraria diventa un blocco, la verità un dettaglio sui cui si può soprassedere. Tutto deve essere eliminato sotto il baluardo dell’obiettivo che a quel punto diventa l’unico elemento importante.

C’è che si muove così convinto che sia l’unico modo.

‘Il fine giustifica i mezzi’: Macchiavelli docet, no?

E allora la riflessione diventa non tanto che il lavorare per obiettivi sia sbagliato, quanto invece sia importante osservarsi, monitorarsi mentre ci si muove con questa modalità. Questo per evitare che l’obiettivo diventi il lavorare per obiettivi. Che nulla abbia più importanza dell’obiettivo stesso. Che l’ecosistema fatto di persone e situazioni intorno a noi venga preservato in virtù della correttezza, elemento a mio parere imprescindibile.

È come se la vista si stringesse: una strada dritta, percorsa veloce, senza più guardare il panorama. E a forza di correre si finisce per non ricordare più il perché di quel viaggio.

E allora non è l’approccio a essere sbagliato, ma ancora una volta come questo viene applicato.

Non possiamo forse fare molto sull'esterno se non accorgercene, quello su cui possiamo invece agire è come al solito su di noi.

Questa consapevolezza è anch'essa un soft skill proprio come il saper lavorare per obiettivi.

È uno strumento che fa parte del nostro self empowerment. E può fare la differenza per vivere e costruire un contesto più equo.

 

 

Mara W. Cassardo - Counselor

+39 3473443223

mwc@maracassardo.it

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