Open post Valigia aperta e bussola: prima di cambiare lavoro, capire da dove si parte.

Prima di mollare tutto per Bali, leggi questo

Succede spesso d'estate: sei stesa sotto l'ombrellone (o a bordo piscina, scegli tu la cartolina) con il telefono a portata di mano.

E lo scrolling da sdraiate, si sa, è un'altra cosa: più lento, quasi contemplativo. Ci si ferma su un pensiero invece di scorrerlo via in mezzo secondo.

Indovina cosa ti troverai davanti. Reel, caroselli, citazioni su sfondo pastello che ti dicono: è il momento di cambiare vita. Con le varianti estive preferite: quella per cui ogni anno, tra un tuffo e l'altro, qualcuna rivede Mangia Prega Ama e per tre giorni valuta seriamente di licenziarsi e prendersi un anno sabbatico. E quell'altra per cui, ispirata da Sotto il sole della Toscana, qualcun'altra si lascia circuire dalla possibilità di aprire un bed and breakfast in Umbria.

(Non giudico. L'ho pensato anch'io, almeno una volta.)

L'estate, va detto, è davvero uno dei pochi momenti in cui hai lo spazio per capire se un cambiamento ti serve, e quale. Ed è anche il momento speciale prima della ripartenza: inutile negarlo, il vero inizio dell'anno è settembre, non gennaio.

Ma prima di lasciarti trasportare da quei contenuti con troppa fiducia, c'è una premessa da fare.

Il mito del reset totale

Chiamiamolo il mito del reset totale: prendi in mano la tua vita, cambia tutto, con la forza di volontà ce la fai.

E se non succede? Il non detto è chiaro, anche se nessuno lo scrive mai sotto il reel: allora è colpa tua. Non hai voluto abbastanza. Non ti sei impegnata abbastanza. Non hai avuto il coraggio.

È un'idea tanto seducente nella sua semplicità quanto pericolosa. Sai perché? Perché generalizza: tratta ogni situazione come se fosse identica a un'altra. Come se bastasse la stessa dose di determinazione per chi ha un mutuo, due figli e un contratto a tempo indeterminato, e per chi in Mangia Prega Ama ha solo se stessa da gestire (e un editore che le paga il viaggio).

La responsabilità che eserciti già

E soprattutto cancella una cosa: la responsabilità che eserciti già, ogni giorno, dentro il contesto reale in cui lavori. Quella non fa notizia. Non si racconta in un carosello. Ma è lì, tutti i giorni.

Forse non è così semplice. Forse, per te, adesso, non è nemmeno del tutto possibile. O forse, più semplicemente, non è ancora il momento.

Se in questo momento non sai se cambiare lavoro, ho raccolto qui le domande che aiutano a capire se si tratta di una fuga o di un'evoluzione.

Questo significa che non puoi stare bene nel frattempo? No. Significa solo che parti da un punto diverso. E che il tuo cambiamento, quando arriva, avrà più a che fare con la postura che tieni dentro il tuo contesto che con un biglietto aereo.

Meno cinematografico, ma tuo

Non è la trama di un film. Non ci sarà una scena madre, una valigia disfatta su un letto toscano, una colonna sonora che sale mentre guardi l'alba da un balcone nuovo. Sarà più simile a comprendere il senso di quello che fai ogni giorno: il significato che dai alle cose, la motivazione che ne nasce, la soddisfazione che senti (o non senti più) quando la giornata finisce. Prima di azionare il cambiamento fuori (e magari davvero mollare tutto e raggiungere Bali), ti serve guardarti dentro e capire quali sono i meccanismi e le leve interiori su cui agire per arrivare alla consapevolezza.

Meno cinematografico. Ma tuo, davvero, dall'inizio alla fine.

Da cosa parti tu, oggi, davvero?

Se vuoi cominciare a rispondere, il Termometro del Senso è un breve percorso di auto-osservazione: ti aiuta a capire dove si sta consumando la tua energia e se la tua insoddisfazione riguarda cosa fai o perché lo fai.

Lavoro sullo sviluppo della consapevolezza personale: la conoscenza ed accettazione di sé sono le fondamenta per trovare la spinta necessaria a raggiungere i tuoi obiettivi, superare i conflitti e i momenti di crisi che ti può capitare di attraversare. Se vuoi scoprire qualcosa di più vai alla pagina in cui lo descrivo.

Mara W. Cassardo

Professional Counselor

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Open post Metafora della foglia che blocca la strada: analisi del blocco decisionale e della perdita di autonomia causata dal contesto aziendale. Mara Cassardo.

La foglia che blocca la strada: l’autonomia spenta

Ti è mai capitato di sentirti paralizzata davanti a una scelta banale, pur sapendo perfettamente cosa fare? Spesso non è una questione di competenza, ma l'effetto di un ambiente che ha spento, un po' alla volta, la tua capacità di decidere. Attraverso il dialogo con una cliente e una celebre scena cinematografica, esploriamo quel blocco invisibile che trasforma professionisti autonomi in formiche in attesa di istruzioni.

Se ti riconosci in frasi come 'non riesco più a decidere da sola' o 'ho perso la mia autonomia sul lavoro', non è un tuo limite: è un effetto del contesto.

Non so più da dove iniziare": il dialogo del blocco

Immagina il dialogo tra una professionista in difficoltà e la sua Counselor.

“Non so più da dove iniziare.”

“In che senso, fammi capire meglio.”

“Ogni volta che devo prendere una decisione… mi blocco.”

“E prima succedeva la stessa cosa?”

“Prima decidevo. Sbagliavo, certo, ma decidevo.”

“Cosa è cambiato?” Silenzio.

“Non lo so. Non capisco. Ma adesso ho bisogno di un binario. Una procedura, un’indicazione. Anche per le cose più semplici. Come se sentissi il bisogno di chiedere a qualcuno: 'Va bene così?' Anche se so che va bene. Solo per essere sicura di non aver scavalcato nessuno o di non fare errori.”

È qui che il quadro si arricchisce con un particolare: non stiamo parlando di una mancanza di competenze e andando avanti a parlarle ho compreso che si tratta di un adattamento incrementale alle circostanze che l'ha portata in blocco.

La sindrome della formica di Bug's Life

Per farti meglio capire, provo a riportare alla tua memoria una scena di Bug’s Life (ti lascio il link allo spezzone del film qualora non lo ricordassi). Una foglia cade davanti alla fila e la formica, che se l’è trovata d’improvviso davanti, si dispera per l’evento appena accaduto: “Non so cosa fare! Nessuno mi ha detto cosa fare!”. Mr. Soil, la formica funzionario della colonia, la guarda sicuro e la aiuta a girarci intorno, risultando così coraggioso e visionario agli occhi del gruppo: la vera guida delle formiche. (effetto micromanagement)

Faceva ridere, al cinema. Ma quando succede nella realtà, smette di essere un cartone animato. Diventa la cronaca di un'autonomia spenta a forza di "allineamenti" ed "execution" spinte (magari non pienamente condivise).

Perché nessuno nasce così. Nessuno nasce con il desiderio di essere solo un ingranaggio silenzioso o uno yes man. Quello che nella realtà accade è il risultato derivante dall'ambiente.

Torniamo indietro alla professionista citata sopra. All’inizio c’è la competenza, l’iniziativa, ci sono i tentativi. Poi, lentamente, il contesto cambia. Ogni volta che lei prova a interpretare il suo ruolo in modo autonomo, viene richiamata all'ordine oppure le cambiano le regole e lei risulta inadeguata. Ogni deviazione dai binari prestabiliti viene letta come una criticità. Ogni intuizione fuori dagli schemi viene considerata un'interferenza nel flusso.

Il messaggio che risuona è monocorde: l'unico valore è l'aderenza al compito.

L'adattamento incrementale: come si spegne l'autonomia

Ed è così che a poco a poco ci si trasforma:

  1. All’inizio è una scelta tattica: “Mi conviene limitarmi a quanto richiesto.”
  2. Poi diventa una protezione: “Meglio non esporsi, il rischio non paga.”
  3. Poi diventa una condizione mentale: “Aspetto che il percorso sia tracciato.”

Fino a quando, un giorno, non è più una scelta che viene consapevolmente fatta, bensì è l’unica modalità rimasta.

Una cultura del silenzio rassicurante

Quando una persona arriva a dirti “non sono più capace”, potrebbe non stare descrivendo un limite personale, ma stare raccontando una storia che è stata scritta per lei. Una storia fatta di feedback che premiano la staticità e scoraggiano l’autonomia o il libero pensiero non conformato.

Ed è in questi casi che la domanda da porsi non è: “Perché le persone non hanno più iniziativa?” Ma: “Quale cultura abbiamo costruito per rendere il silenzio così rassicurante?”

E voi, nelle vostre realtà, state crescendo persone capaci di "girare intorno all'ostacolo" o state costruendo file di formiche che si bloccano davanti a un rametto inaspettato sulla via?

Ti senti ferma davanti a quella foglia? Se hai la sensazione che la tua autonomia sia stata "disattivata" e non riesci più a ritrovare il tuo binario, parlarne e iniziare a sfogliare i nostri strati può essere il primo passo per spostare l'ostacolo. Nel mio percorso di counseling lavoriamo per recuperare quella voce che il contesto ha provato a zittire.

Lavoro sullo sviluppo della consapevolezza personale: la conoscenza ed accettazione di sé sono le fondamenta per trovare la spinta necessaria a raggiungere i tuoi obiettivi, superare i conflitti e i momenti di crisi che ti può capitare di attraversare. Se vuoi scoprire qualcosa di più vai alla pagina in cui lo descrivo.

Mara W. Cassardo

Professional Counselor

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Open post Dettaglio concettuale sul micromanagement: il peso del controllo eccessivo sul benessere lavorativo e sulla motivazione delle professioniste. Approccio narrativo Mara Cassardo.

Micromanagement: come sopravvivere in ufficio

Dopo oltre 25 anni in azienda, ho visto molte forme di gestione, ma poche sono logoranti quanto il controllo costante. Ho pubblicato queste riflessioni su LinkedIn e il dibattito che ne è scaturito mi ha confermato quanto questo tema sia una delle cause principali della crisi di senso sul lavoro. Ecco perché ho deciso di riportarlo qui, arricchito dal mio sguardo di counselor.

Qualche giorno fa, chiacchierando con un ex collega, salta fuori questo racconto: “Il mio capo entra in ogni singolo dettaglio del mio lavoro. Mi dice cosa fare, come farlo, quando farlo. Poi però dice che ho piena libertà decisionale”.

Traduzione simultanea: ti controllo su tutto, ma senza assumermene la responsabilità emotiva. Una specie di libertà vigilata.

Quello che descrive questa situazione ha un nome molto preciso: micromanagement. Si tratta di uno stile di gestione basato su un controllo eccessivo e costante. Non è supervisione. Non è guida. Non è mentoring.

  • La supervisione osserva.

  • La guida indica la strada.

  • Il mentoring sviluppa.

Il micromanagement, invece, entra, modifica, corregge, anticipa, decide al posto tuo. Non accompagna: si sostituisce. È ingerenza.

Se lavori con un capo che controlla ogni tuo passo, sai già cosa significa sentirsi soffocata invece che guidata.

Le due facce della sfiducia

Dobbiamo dircelo: dietro al micromanagement raramente c’è cattiveria. Più spesso ci sono l'assenza di fiducia (anche in se stessi), un bisogno di controllo che maschera l'ansia e pressioni dall'alto che creano una catena di controllori stressati.

Per chi lo subisce, l'aria diventa irrespirabile. Si passa dal fastidio alla sensazione di non essere capaci, fino al blocco della crescita professionale. Spesso la soluzione sembra essere solo una: cambiare lavoro. Ma è davvero l'unica strada?

Per chi lo pratica, è una trappola. Il micromanager diventa un collo di bottiglia: più controlla, più è stanco. Più è stanco, più controlla. Un perfetto circolo vizioso… gestito nei minimi dettagli.

Cosa si può fare concretamente?

  • Se sei il capo: Chiediti onestamente: “Sto controllando per migliorare il lavoro o per calmare la mia ansia?”. Prova a definire obiettivi chiari invece di istruzioni infinite.

  • Se sei il collaboratore: Prova a restituire responsabilità. Chiedi: “Come preferisci che ti aggiorni?”. Riappropriati di spazi di autonomia. E ricorda: se non cambia nulla, non è (solo) un problema tuo. E se ti accorgi che, oltre al controllo, fai fatica anche a dire no alle richieste, il nodo potrebbe essere più profondo.

La domanda provocatoria: In quali situazioni anche tu fai micromanagement, magari senza accorgertene? Quasi tutti, sotto stress, controlliamo di più. Chi fa la differenza è chi se ne rende conto.

Vuoi riprendere in mano la tua autonomia lavorativa?

Il micromanagement è spesso la scintilla che innesca una crisi di senso più profonda. Se senti che il controllo eccessivo sta spegnendo la tua motivazione o ti senti bloccata in una "libertà vigilata", il counseling può aiutarti a ritrovare il tuo spazio e la tua voce in azienda.

E se vuoi iniziare un percorso che ti aiuti ad ascoltarti davvero, puoi farlo. Con delicatezza, con rispetto, al tuo ritmo.

Lavoro sullo sviluppo della consapevolezza personale: la conoscenza ed accettazione di sé sono le fondamenta per trovare la spinta necessaria a raggiungere i tuoi obiettivi, superare i conflitti e i momenti di crisi che ti può capitare di attraversare.

 

Mara W. Cassardo

Professional Counselor

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