Open post Valigia aperta e bussola: prima di cambiare lavoro, capire da dove si parte.

Prima di mollare tutto per Bali, leggi questo

Succede spesso d'estate: sei stesa sotto l'ombrellone (o a bordo piscina, scegli tu la cartolina) con il telefono a portata di mano.

E lo scrolling da sdraiate, si sa, è un'altra cosa: più lento, quasi contemplativo. Ci si ferma su un pensiero invece di scorrerlo via in mezzo secondo.

Indovina cosa ti troverai davanti. Reel, caroselli, citazioni su sfondo pastello che ti dicono: è il momento di cambiare vita. Con le varianti estive preferite: quella per cui ogni anno, tra un tuffo e l'altro, qualcuna rivede Mangia Prega Ama e per tre giorni valuta seriamente di licenziarsi e prendersi un anno sabbatico. E quell'altra per cui, ispirata da Sotto il sole della Toscana, qualcun'altra si lascia circuire dalla possibilità di aprire un bed and breakfast in Umbria.

(Non giudico. L'ho pensato anch'io, almeno una volta.)

L'estate, va detto, è davvero uno dei pochi momenti in cui hai lo spazio per capire se un cambiamento ti serve, e quale. Ed è anche il momento speciale prima della ripartenza: inutile negarlo, il vero inizio dell'anno è settembre, non gennaio.

Ma prima di lasciarti trasportare da quei contenuti con troppa fiducia, c'è una premessa da fare.

Il mito del reset totale

Chiamiamolo il mito del reset totale: prendi in mano la tua vita, cambia tutto, con la forza di volontà ce la fai.

E se non succede? Il non detto è chiaro, anche se nessuno lo scrive mai sotto il reel: allora è colpa tua. Non hai voluto abbastanza. Non ti sei impegnata abbastanza. Non hai avuto il coraggio.

È un'idea tanto seducente nella sua semplicità quanto pericolosa. Sai perché? Perché generalizza: tratta ogni situazione come se fosse identica a un'altra. Come se bastasse la stessa dose di determinazione per chi ha un mutuo, due figli e un contratto a tempo indeterminato, e per chi in Mangia Prega Ama ha solo se stessa da gestire (e un editore che le paga il viaggio).

La responsabilità che eserciti già

E soprattutto cancella una cosa: la responsabilità che eserciti già, ogni giorno, dentro il contesto reale in cui lavori. Quella non fa notizia. Non si racconta in un carosello. Ma è lì, tutti i giorni.

Forse non è così semplice. Forse, per te, adesso, non è nemmeno del tutto possibile. O forse, più semplicemente, non è ancora il momento.

Se in questo momento non sai se cambiare lavoro, ho raccolto qui le domande che aiutano a capire se si tratta di una fuga o di un'evoluzione.

Questo significa che non puoi stare bene nel frattempo? No. Significa solo che parti da un punto diverso. E che il tuo cambiamento, quando arriva, avrà più a che fare con la postura che tieni dentro il tuo contesto che con un biglietto aereo.

Meno cinematografico, ma tuo

Non è la trama di un film. Non ci sarà una scena madre, una valigia disfatta su un letto toscano, una colonna sonora che sale mentre guardi l'alba da un balcone nuovo. Sarà più simile a comprendere il senso di quello che fai ogni giorno: il significato che dai alle cose, la motivazione che ne nasce, la soddisfazione che senti (o non senti più) quando la giornata finisce. Prima di azionare il cambiamento fuori (e magari davvero mollare tutto e raggiungere Bali), ti serve guardarti dentro e capire quali sono i meccanismi e le leve interiori su cui agire per arrivare alla consapevolezza.

Meno cinematografico. Ma tuo, davvero, dall'inizio alla fine.

Da cosa parti tu, oggi, davvero?

Se vuoi cominciare a rispondere, il Termometro del Senso è un breve percorso di auto-osservazione: ti aiuta a capire dove si sta consumando la tua energia e se la tua insoddisfazione riguarda cosa fai o perché lo fai.

Lavoro sullo sviluppo della consapevolezza personale: la conoscenza ed accettazione di sé sono le fondamenta per trovare la spinta necessaria a raggiungere i tuoi obiettivi, superare i conflitti e i momenti di crisi che ti può capitare di attraversare. Se vuoi scoprire qualcosa di più vai alla pagina in cui lo descrivo.

Mara W. Cassardo

Professional Counselor

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Open post Metafora della foglia che blocca la strada: analisi del blocco decisionale e della perdita di autonomia causata dal contesto aziendale. Mara Cassardo.

La foglia che blocca la strada: l’autonomia spenta

Ti è mai capitato di sentirti paralizzata davanti a una scelta banale, pur sapendo perfettamente cosa fare? Spesso non è una questione di competenza, ma l'effetto di un ambiente che ha spento, un po' alla volta, la tua capacità di decidere. Attraverso il dialogo con una cliente e una celebre scena cinematografica, esploriamo quel blocco invisibile che trasforma professionisti autonomi in formiche in attesa di istruzioni.

Se ti riconosci in frasi come 'non riesco più a decidere da sola' o 'ho perso la mia autonomia sul lavoro', non è un tuo limite: è un effetto del contesto.

Non so più da dove iniziare": il dialogo del blocco

Immagina il dialogo tra una professionista in difficoltà e la sua Counselor.

“Non so più da dove iniziare.”

“In che senso, fammi capire meglio.”

“Ogni volta che devo prendere una decisione… mi blocco.”

“E prima succedeva la stessa cosa?”

“Prima decidevo. Sbagliavo, certo, ma decidevo.”

“Cosa è cambiato?” Silenzio.

“Non lo so. Non capisco. Ma adesso ho bisogno di un binario. Una procedura, un’indicazione. Anche per le cose più semplici. Come se sentissi il bisogno di chiedere a qualcuno: 'Va bene così?' Anche se so che va bene. Solo per essere sicura di non aver scavalcato nessuno o di non fare errori.”

È qui che il quadro si arricchisce con un particolare: non stiamo parlando di una mancanza di competenze e andando avanti a parlarle ho compreso che si tratta di un adattamento incrementale alle circostanze che l'ha portata in blocco.

La sindrome della formica di Bug's Life

Per farti meglio capire, provo a riportare alla tua memoria una scena di Bug’s Life (ti lascio il link allo spezzone del film qualora non lo ricordassi). Una foglia cade davanti alla fila e la formica, che se l’è trovata d’improvviso davanti, si dispera per l’evento appena accaduto: “Non so cosa fare! Nessuno mi ha detto cosa fare!”. Mr. Soil, la formica funzionario della colonia, la guarda sicuro e la aiuta a girarci intorno, risultando così coraggioso e visionario agli occhi del gruppo: la vera guida delle formiche. (effetto micromanagement)

Faceva ridere, al cinema. Ma quando succede nella realtà, smette di essere un cartone animato. Diventa la cronaca di un'autonomia spenta a forza di "allineamenti" ed "execution" spinte (magari non pienamente condivise).

Perché nessuno nasce così. Nessuno nasce con il desiderio di essere solo un ingranaggio silenzioso o uno yes man. Quello che nella realtà accade è il risultato derivante dall'ambiente.

Torniamo indietro alla professionista citata sopra. All’inizio c’è la competenza, l’iniziativa, ci sono i tentativi. Poi, lentamente, il contesto cambia. Ogni volta che lei prova a interpretare il suo ruolo in modo autonomo, viene richiamata all'ordine oppure le cambiano le regole e lei risulta inadeguata. Ogni deviazione dai binari prestabiliti viene letta come una criticità. Ogni intuizione fuori dagli schemi viene considerata un'interferenza nel flusso.

Il messaggio che risuona è monocorde: l'unico valore è l'aderenza al compito.

L'adattamento incrementale: come si spegne l'autonomia

Ed è così che a poco a poco ci si trasforma:

  1. All’inizio è una scelta tattica: “Mi conviene limitarmi a quanto richiesto.”
  2. Poi diventa una protezione: “Meglio non esporsi, il rischio non paga.”
  3. Poi diventa una condizione mentale: “Aspetto che il percorso sia tracciato.”

Fino a quando, un giorno, non è più una scelta che viene consapevolmente fatta, bensì è l’unica modalità rimasta.

Una cultura del silenzio rassicurante

Quando una persona arriva a dirti “non sono più capace”, potrebbe non stare descrivendo un limite personale, ma stare raccontando una storia che è stata scritta per lei. Una storia fatta di feedback che premiano la staticità e scoraggiano l’autonomia o il libero pensiero non conformato.

Ed è in questi casi che la domanda da porsi non è: “Perché le persone non hanno più iniziativa?” Ma: “Quale cultura abbiamo costruito per rendere il silenzio così rassicurante?”

E voi, nelle vostre realtà, state crescendo persone capaci di "girare intorno all'ostacolo" o state costruendo file di formiche che si bloccano davanti a un rametto inaspettato sulla via?

Ti senti ferma davanti a quella foglia? Se hai la sensazione che la tua autonomia sia stata "disattivata" e non riesci più a ritrovare il tuo binario, parlarne e iniziare a sfogliare i nostri strati può essere il primo passo per spostare l'ostacolo. Nel mio percorso di counseling lavoriamo per recuperare quella voce che il contesto ha provato a zittire.

Lavoro sullo sviluppo della consapevolezza personale: la conoscenza ed accettazione di sé sono le fondamenta per trovare la spinta necessaria a raggiungere i tuoi obiettivi, superare i conflitti e i momenti di crisi che ti può capitare di attraversare. Se vuoi scoprire qualcosa di più vai alla pagina in cui lo descrivo.

Mara W. Cassardo

Professional Counselor

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Open post Metafora dello Yes Man in azienda: il peso di dire sempre sì e la perdita di autenticità professionale. Counseling lavorativo Mara Cassardo.

Il prezzo del “Sì”: perché dire sempre di sì al lavoro ti sta svuotando

Dire sempre di sì sembra la strategia di sopravvivenza più sicura in ufficio, ma spesso è proprio quel 'sì' a dare inizio a una silenziosa crisi di senso. In questo articolo esploro la figura dello 'Yes Man', un ruolo che tutti, sotto pressione, rischiamo di interpretare, e analizzo il costo invisibile che paghiamo in termini di autenticità e benessere professionale.

 

“Sì. Sì. Tre volte sì.” – Orgoglio e Pregiudizio

In tempi in cui pensare con la propria testa può costare caro, gli yes man non solo sopravvivono: fioriscono. Dove il dissenso spaventa e l’uniformità è premiata, chi sa dire “sì” al momento giusto, con il sorriso giusto e la postura giusta… spesso fa strada.

Ne abbiamo una prova guardando quel che accade nel mondo e leggendo i giornali che ci raccontano di come agganciarsi alle persone ‘giuste’ porti al potere, al guadagno, al successo. Accade nei grandi scenari globali, dove il pensiero critico viene confuso con la ribellione e l’allineamento totale è premiato con visibilità, potere o almeno sopravvivenza.

E come ti senti quando leggi l’ennesima notizia in cui chi è nella stanza dei bottoni detta legge e fa muovere come burattini le persone che ha intorno? Prova a porre attenzione alle sensazioni fisiche ed emotive che ti si scatenano dentro, forse c'è qualche risonanza con quel che vivi.

Ti sei mai chiesta perché non riesci a dire di no sul lavoro? Non è debolezza: è il prezzo nascosto di un 'sì' automatico.

Ma non voglio parlare di politica, quel che mi preme è osservare meglio questo fenomeno che non vale solo nei palazzi del potere o nei vertici delle multinazionali: vale anche nella nostra quotidianità.

Gli yes man proliferano, e spesso — anche senza volerlo — ci trasformiamo in uno di loro.

Ma chi è davvero uno yes man?

È colui (o colei) che annuisce, sempre. Sì alla missione impossibile. Sì anche quando non ha capito o ha un dubbio grande come un elefante. Sì all’opzione che sa già che non funzionerà, ma che “tanto poi ci pensiamo dopo”.

Uno yes man non è semplicemente una persona accondiscendente: è un sopravvissuto, un mimetico, un mago del consenso, una vittima del micromanagement. È un abilissimo giocoliere relazionale, uno che ha capito che dire “no” può essere rischioso. E allora annuisce. Sempre.

Il punto è: ma se ne rende conto?

Consapevolezza: scelta o automatismo?

A volte sì, certo che lo sa. Sa che dire di “sì” è la via più breve per evitare guai, per essere incluso, per ottenere fiducia.

Altre volte no. Molti yes man sono inconsapevoli. Hanno imparato, magari fin da piccoli, che il consenso è l’unica via per essere accettati, amati, valorizzati.

E così il meccanismo si automatizza. Non si pongono nemmeno più la domanda: “Sono d’accordo davvero?” Rispondono “sì” e basta.

Perché lo fanno?

Per paura. Per opportunismo. Per senso del dovere. Per bisogno di approvazione. O, semplicemente, perché sembra di non avere alternative.

Per paura di ritorsioni. Per bisogno di appartenenza. Per stanchezza: è più facile non mettersi di traverso. Per insicurezza: “Magari hanno ragione loro, e io sbaglio”. Per evitare discussioni, perché non c’è tempo.

E a volte lo si fa anche per gentilezza, per non creare tensioni.

E chi siamo noi per giudicare chi, per restare a galla, ha imparato a nuotare con la corrente?

Siamo proprio sicuri che qualche volta non abbiamo agito anche noi nello stesso modo? Ognuno ha le sue motivazioni e talvolta sono persino condivisibili, su questo non ci sono dubbi.

Eppure, dobbiamo essere consapevoli che il prezzo, alla lunga, si paga.

Gli effetti: dentro e fuori

Il problema è che, con il passare del tempo, lo yes man perde due cose fondamentali:

  1. La fiducia in se stesso perché dire sempre “sì” significa anche ignorare la propria voce interiore, allontanarsi dal proprio pensiero. Si diventa meno autentici, meno presenti. Col tempo, si inizia a dubitare delle proprie idee. A sentirsi vuoti. Invisibili.
  2. La fiducia degli altri perché, diciamolo, chi dice sempre “sì”... non lo ascolti davvero mai.

E sul piano collettivo? Un gruppo pieno di yes mandiventa sterile. Non cresce, non evolve, non crea.

Perché il vero valore nasce dallo scambio, dal confronto, persino dallo scontro (quello sano, ovviamente).

Ma attenzione: non confondiamo!

Dire “sì” con convinzione, dopo aver riflettuto, dopo aver valutato, dopo averci creduto... non è da yes man. È da persone coerenti, pensanti, responsabili.

C’è una differenza enorme tra l’accondiscendenza automatica e la scelta consapevole di aderire a un’idea perché ci si crede. Essere d’accordo con qualcuno, sostenere una visione comune, non è debolezza. È coerenza. È dire: “Ci sono. E ci credo.” Con il cuore, la mente, la pancia.

Quindi, al di là della stanza dei bottoni di qualche paese più o meno lontano dal nostro, credo che possa essere utile riflettere su cosa significhi essere uno yes man e a come faccia male alla salute personale e ai contesti collettivi in cui si vive.

La prossima volta che ti trovi a dire “sì”, fermati un attimo. Ascolta la tua voce interna. È davvero un “sì” il tuo?

Il mondo ha bisogno di voci vere. Non sempre allineate. Non sempre comode. Ma vere.

Se senti che la tua voce si è affievolita per lasciare spazio al consenso forzato, forse è il momento di fermarsi e magari iniziare a sfogliare qualche strato di sè. Nel mio percorso di counseling aiuto a distinguere tra la gentilezza e l'annullamento di sé, per tornare a dire dei "Sì" che abbiano davvero il tuo senso.

 

Mara W. Cassardo

Professional Counselor

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Open post Dettaglio concettuale sul micromanagement: il peso del controllo eccessivo sul benessere lavorativo e sulla motivazione delle professioniste. Approccio narrativo Mara Cassardo.

Micromanagement: come sopravvivere in ufficio

Dopo oltre 25 anni in azienda, ho visto molte forme di gestione, ma poche sono logoranti quanto il controllo costante. Ho pubblicato queste riflessioni su LinkedIn e il dibattito che ne è scaturito mi ha confermato quanto questo tema sia una delle cause principali della crisi di senso sul lavoro. Ecco perché ho deciso di riportarlo qui, arricchito dal mio sguardo di counselor.

Qualche giorno fa, chiacchierando con un ex collega, salta fuori questo racconto: “Il mio capo entra in ogni singolo dettaglio del mio lavoro. Mi dice cosa fare, come farlo, quando farlo. Poi però dice che ho piena libertà decisionale”.

Traduzione simultanea: ti controllo su tutto, ma senza assumermene la responsabilità emotiva. Una specie di libertà vigilata.

Quello che descrive questa situazione ha un nome molto preciso: micromanagement. Si tratta di uno stile di gestione basato su un controllo eccessivo e costante. Non è supervisione. Non è guida. Non è mentoring.

  • La supervisione osserva.

  • La guida indica la strada.

  • Il mentoring sviluppa.

Il micromanagement, invece, entra, modifica, corregge, anticipa, decide al posto tuo. Non accompagna: si sostituisce. È ingerenza.

Se lavori con un capo che controlla ogni tuo passo, sai già cosa significa sentirsi soffocata invece che guidata.

Le due facce della sfiducia

Dobbiamo dircelo: dietro al micromanagement raramente c’è cattiveria. Più spesso ci sono l'assenza di fiducia (anche in se stessi), un bisogno di controllo che maschera l'ansia e pressioni dall'alto che creano una catena di controllori stressati.

Per chi lo subisce, l'aria diventa irrespirabile. Si passa dal fastidio alla sensazione di non essere capaci, fino al blocco della crescita professionale. Spesso la soluzione sembra essere solo una: cambiare lavoro. Ma è davvero l'unica strada?

Per chi lo pratica, è una trappola. Il micromanager diventa un collo di bottiglia: più controlla, più è stanco. Più è stanco, più controlla. Un perfetto circolo vizioso… gestito nei minimi dettagli.

Cosa si può fare concretamente?

  • Se sei il capo: Chiediti onestamente: “Sto controllando per migliorare il lavoro o per calmare la mia ansia?”. Prova a definire obiettivi chiari invece di istruzioni infinite.

  • Se sei il collaboratore: Prova a restituire responsabilità. Chiedi: “Come preferisci che ti aggiorni?”. Riappropriati di spazi di autonomia. E ricorda: se non cambia nulla, non è (solo) un problema tuo. E se ti accorgi che, oltre al controllo, fai fatica anche a dire no alle richieste, il nodo potrebbe essere più profondo.

La domanda provocatoria: In quali situazioni anche tu fai micromanagement, magari senza accorgertene? Quasi tutti, sotto stress, controlliamo di più. Chi fa la differenza è chi se ne rende conto.

Vuoi riprendere in mano la tua autonomia lavorativa?

Il micromanagement è spesso la scintilla che innesca una crisi di senso più profonda. Se senti che il controllo eccessivo sta spegnendo la tua motivazione o ti senti bloccata in una "libertà vigilata", il counseling può aiutarti a ritrovare il tuo spazio e la tua voce in azienda.

E se vuoi iniziare un percorso che ti aiuti ad ascoltarti davvero, puoi farlo. Con delicatezza, con rispetto, al tuo ritmo.

Lavoro sullo sviluppo della consapevolezza personale: la conoscenza ed accettazione di sé sono le fondamenta per trovare la spinta necessaria a raggiungere i tuoi obiettivi, superare i conflitti e i momenti di crisi che ti può capitare di attraversare.

 

Mara W. Cassardo

Professional Counselor

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Open post Metafora della cipolla per la consapevolezza personale: sfogliare gli strati dell'identità nel counseling narrativo con Mara Cassardo

Chi sono oltre il mio ruolo al lavoro? Essere una cipolla

Ti sei mai chiesta chi sei davvero, oltre al ruolo che interpreti ogni giorno? Anche tu, come me, sei fatta di strati.

Hai presente quando Shrek, attraversando un campo di girasoli, parla con Ciuchino per cercare di spiegare se stesso? Proprio in quel frangente, osservando la cipolla che tiene in mano, ha un’illuminazione:

"Gli orchi sono come le cipolle. Hanno gli strati."

Se c’è una cosa che il nostro amato orco verde ha insegnato a intere generazioni, è che nessuno di noi è semplice, e spesso quel che si vede esternamente non è quello che poi può essere trovato, se si va oltre all’apparenza. Proprio come le cipolle. Sì, quelle che ti fanno piangere quando le sbucci e che, se tagliate, lasciano un odore persistente. Ma dietro alle parole di Shrek, c’è una metafora che rispecchia la condizione umana, quindi rassegniamoci: anche noi siamo delle cipolle, non solo gli orchi.

E questo è tutt’altro che un’offesa, anzi, essere una cipolla è un onore. Guardiamoci meglio dentro: siamo multistrato, non siamo sempre facili da sbucciare, e il nostro vero “io” è spesso nascosto sotto strati di esperienze, credenze e maschere sociali.

Ma cosa significa realmente essere una cipolla? E perché questa metafora dovrebbe interessarci?

Il primo strato: l'immagine pubblica

Il primo strato della nostra cipolla è quello che mostriamo al mondo. È la parte di noi che si alza al mattino, si veste con abiti socialmente accettabili e affronta la giornata con un sorriso (o almeno con un tentativo di sorriso). Questo strato è fatto di tutte le cose che scegliamo di mostrare agli altri: il nostro lavoro, il nostro stile di vita, i nostri hobby. È l’immagine pubblica che costruiamo con cura e che spesso rappresenta solo una parte di chi siamo realmente. Spesso questo strato è quello che ci costringe a diventare degli Yes Man per sopravvivere in ufficio.

Ma quanto è autentico questo strato? A volte, è un riflesso fedele di noi stessi, altre volte è una facciata creata per soddisfare le aspettative degli altri o per proteggere le parti più vulnerabili di noi. In ogni caso, è lo strato più facile da vedere, ma anche il più superficiale. Pensa a tutte quelle volte che hai detto “sto bene” quando in realtà non lo pensavi. Ecco, quello è il primo strato in azione.

Sotto la superficie, troviamo le credenze influenzate dalla nostra educazione, dalla cultura in cui siamo cresciuti, e dalle esperienze che abbiamo vissuto.

Questo strato è già un po' più complesso. Non è visibile a occhio nudo e richiede un po’ di introspezione per essere scoperto. È qui che iniziamo a trovare alcune delle nostre contraddizioni interne: crediamo in una cosa ma, sotto pressione, agiamo in modo diverso. Questo è lo strato dove iniziano a comparire i conflitti interiori, le piccole bugie che ci raccontiamo per far quadrare tutto.

Spesso, queste credenze derivano dalla famiglia, dal contesto sociale in cui siamo cresciuti, dalle frequentazioni che abbiamo avuto. E qui inizia il lavoro di smantellamento: bisogna sfogliare la cipolla, uno strato alla volta, e chiedersi “È davvero quello in cui credo, o è solo quello che mi è stato insegnato a credere?”

Proseguendo nel viaggio verso il centro della nostra cipolla, ci imbattiamo nelle nostre convinzioni personali, le cose di cui siamo convinti nel profondo del nostro cuore, le idee che ci guidano e motivano le nostre azioni più importanti.

Le convinzioni personali possono essere potenti alleate o temibili nemiche. Possono spingerci a raggiungere grandi traguardi o bloccarci in un limbo di inazione e paura. Riconoscerle è fondamentale per capire chi siamo veramente e cosa vogliamo dalla vita.

Ma come tutte le cose, anche queste convinzioni possono essere distorte. Possono essere influenzate da traumi passati, da insicurezze, o da paure irrazionali. E qui entra in gioco la consapevolezza: dobbiamo avere il coraggio di guardare queste convinzioni in faccia e decidere se vogliamo tenerle o se è ora di lasciarle andare.

Il cuore della cipolla: il vero io

Se continuiamo a sfogliare strato dopo strato, ci avviciniamo al centro della cipolla, al nucleo, l’essenza di chi siamo veramente. È la parte di noi che non è influenzata dalle opinioni altrui, dalle pressioni sociali, o dalle paure.

È il nostro vero io, quello che esiste al di là di tutto il rumore di fondo.

Raggiungere questo centro non è facile. Richiede tempo, pazienza e, spesso, un bel po’ di lacrime (proprio come quando si sbuccia una cipolla vera). Ma è anche un processo liberatorio. Ogni strato che togliamo ci avvicina di più a noi stessi, ci rende più consapevoli di chi siamo e di cosa vogliamo veramente.

E, una volta arrivati al cuore della cipolla, ci rendiamo conto che tutta la sofferenza, tutte le sfide, tutte le confusioni erano necessarie per arrivare a questa comprensione profonda di noi stessi. E sì, potremmo ancora piangere un po’, ma questa volta sono lacrime di liberazione, non di dolore.

La consapevolezza è il coltello che usiamo per sfogliare la nostra cipolla interiore.

Senza consapevolezza, rimaniamo intrappolati negli strati esterni, incapaci di vedere oltre la superficie. È solo attraverso la consapevolezza che possiamo iniziare a riconoscere i nostri schemi, le nostre paure, e le nostre vere motivazioni.

Questo percorso di consapevolezza non è un processo lineare. A volte, pensiamo di aver rimosso uno strato, solo per scoprire che ce ne sono altri nascosti sotto. Altre volte, ci troviamo di fronte a uno strato particolarmente difficile da affrontare, e potremmo sentirci tentati di fermarci. Ma è proprio in questi momenti che la consapevolezza diventa più importante.

Riconoscere i nostri bisogni, le nostre paure, e i nostri desideri ci permette di capire cosa ci sta veramente bloccando. Spesso, scopriamo che sono proprio le nostre convinzioni più radicate, quelle che consideriamo intoccabili, a impedirci di andare avanti. E solo quando abbiamo il coraggio di affrontarle possiamo iniziare a fare scelte che sono in linea con il nostro vero io.

Essere una cipolla è un lavoro impegnativo.

Richiede pazienza, coraggio e una buona dose di umorismo. Dopotutto, se non possiamo ridere di noi stessi mentre piangiamo nel processo di sfogliare la nostra cipolla interiore, allora rischiamo di prenderci troppo sul serio. E la vita è già abbastanza seria di per sé.

Ma ecco la parte bella: il viaggio verso il centro della nostra cipolla non finisce mai veramente. Anche quando pensiamo di aver raggiunto il cuore, c’è sempre un altro strato da scoprire, un’altra sfida da affrontare, un’altra parte di noi da esplorare. E questo è ciò che rende la vita così affascinante.

Alla fine, la teoria della cipolla di Shrek ci insegna che siamo tutti esseri complessi, stratificati, e in continua evoluzione. Non siamo mai una cosa sola; siamo il risultato di tutte le nostre esperienze, credenze, e convinzioni.

E il vero segreto per vivere una vita autentica è avere il coraggio di sfogliare questi strati, uno alla volta, fino a scoprire chi siamo veramente.

Quindi, la prossima volta che ci sentiamo persi o confusi, ricordiamo: siamo una cipolla. E ogni strato che sfogliamo ci avvicina un po’ di più al nostro vero io. Non dobbiamo aver paura di piangere lungo il cammino, perché ogni lacrima è un passo verso una maggiore consapevolezza e una vita più autentica.

Se vuoi iniziare a distinguere gli strati, cosa hai costruito e cosa senti ancora davvero tuo, il Termometro del Senso è un primo modo per farlo."

Un percorso di counseling o di crescita personale può aiutare a prendere consapevolezza di sé per esprimersi nella propria potenzialità. Se pensi che sia arrivato il momento giusto per fare chiarezza su alcuni aspetti della tua vita lavorativa e non, intraprendi un percorso che ti permetta di far luce su quale siano le scelta giuste per te in questo momento. Trova la tua vera essenza e lascia che trabocchi, inondando di vita e gioia il mondo intorno a te.

Mara W. Cassardo - Counselor

Professional Counselor

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