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Career Counseling: domanda in aumento

Intervista con ProntoPro per indagare sull'incremento di richieste in ambito Career Counseling.

Alcune riflessioni emergono in maniera chiara:

  • aumento della consapevolezza dell'insoddisfazione
  • maggiore attenzione per il proprio sentire
  • necessità di prendere in mano la propria carriera in maniera differente
  • sfruttare le proprie capacità
  • aumentare la consapevolezza su chi si è e cosa si vuole

Ed è da qui che parte la decisione di affidarsi a un percorso di Career Counseling che aiuta a fare chiarezza e a rilanciare la propria carriera.

Se hai voglia di un confronto, contattami su uno dei miei canali. Mi farebbe piacere.

Mara W. Cassardo - Counselor

+39 3473443223

mwc@maracassardo.it

 

 

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E tu quale storia ti racconti?

Voglio svelarti un segreto:

la storia che costruisci sulla tua vita fa la differenza nel come vivi!

E aggiungo una cosa ancor più sconvolgente: la narrazione può addirittura ‘cambiare’ quel che è accaduto. A questo punto potresti chiudere l’articolo e riprendere con un’altra attività pensando che io sia una pazza scatenata. Come può essere mai possibile che la narrazione ti dica qualcosa di più di quello che in maniera più o meno naturale è accaduto o ancora deve accadere? Quello che è passato è ormai andato, viene naturale pensarlo, no?
Attenzione però, proviamo a guardare insieme la linea del tempo e le sue tre fasi fondamentali: il passato, il presente e il futuro.

Ebbene: il passato può essere visto come la storia che ti racconti su quel che è accaduto. (quindi UNA delle storie possibili)
Il presente invece è la storia di quel che decidi di raccontarti in un preciso istante. (interpretando quel che sta accadendo sulla base di elementi che arrivano dal passato)
E il futuro? Narrazione anche lì? Già…
Il futuro, infatti, non esiste se non nella versione che decidi di raccontarti… sottoforma di storia, ovviamente! (e lo fai sulla base della storia con cui ti racconti il presente e di quella che hai usato per declinare il passato).

Se guardi quindi la linea del tempo su cui si sviluppa la vita, le storie ti aiutano a comprendere e a tracciare il percorso che interpretando il passato, coglie il presente e ti dirige verso il futuro.
Questo è il punto nodale: non esiste una sola possibile storia per raccontare quel che ti è accaduto, ce ne sono tantissime, e sta a te decidere quale usare. Come?
Parti dall’assunto che solo i singoli e specifici fatti sono oggettivi: quando li guardi in maniera puntuale, senza interpretazione, semplicemente per come sono avvenuti. Fatti. Situazioni. Accadimenti.

La soggettività si ha invece quando inizi a collegarli insieme trovando correlazioni causali e dandoti quindi spiegazioni su quel che è accaduto. Questi collegamenti, infatti, possono essere modificati scegliendo a esempio fatti diversi, considerando relazioni causa-effetto alternative. E tutto questo fa sì che la storia e la trama cambino. Che addirittura il significato che attribuisci a quel che è accaduto sia differente.

Quindi a parità di fatti oggettivi accaduti ti ho convinto che è possibile costruire storie e trame differenti, no?

In conclusione: a seconda degli elementi su cui accendi il faro della tua attenzione, dandone quindi maggiore rilievo, la storia che ne deriva può essere differente. E questo è uno dei tuoi grandi poteri, perché sei tu a deciderlo.

 

E quindi andrò oltre: sei ancora certə che la narrazione non possa cambiare la tua vita?

 

Se hai voglia di un confronto, contattami su uno dei miei canali. Mi farebbe piacere.

Mara W. Cassardo - Counselor

+39 3473443223

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IL VALORE DELLA DIVERSITA’

Viviamo in un mondo strabico: ci viene detto che la diversità deve essere accolta, ma nello stesso tempo l’essere diversi non viene sempre abbracciato con favore. Forse dovremmo guardare meglio nel termine ‘diverso’ e comprendere che in un’accezione più ampia accoglie tutto quello che non è uguale. Dire diverso significa non incasellarsi in modelli standard.

Personalmente concordo con questa vista allargata. Perché la diversità porta valore. Significa dare spazio a caratteristiche molteplici che possono incontrarsi, arricchire chi le scambia e allo stesso tempo trasformarsi per diventare qualcosa che magari neppure esisteva prima.

Ma se questo è vero, e non lo è solo nella teoria, significa anche che dobbiamo essere maggiormente clementi con noi stessi ed essere maggiormente confidenti del nostro valore.

Facciamo un passo indietro.

Abitualmente ci riferiamo a modelli che vengono considerati giusti, dei riferimenti a cui tendere ed è così che li imitiamo e cerchiamo di essere come loro. E questo può essere un bene: avere dei Mentor che danno ispirazione è un elemento fondamentare per abilitare la crescita e la trasformazione di ognuno.  Ma il processo non è così lineare, perché può accadere che avvenga una sorta di ‘mitizzazione’ del riferimento facendo sì che l’ispirazione si trasformi in una cristallizzazione del concetto di ‘giusto’ e di ‘successo’. Può capitare che si sia talmente affascinati dal modello da diventarne obnubilati. E quindi l’altro e il suo modo di essere o di fare diventano il modo Giusto (la maiuscola non è un caso). In questa visione si dà talmente tanta potenza a quel che è fuori da rinnegare quel che siamo noi. E peraltro se la differenza è elevata si può incorrere persino nel rischio di rinnegare quel che si è, sottovalutarlo, ritenerlo Sbagliato (anche in questo caso la maiuscola è voluta).

Ed è in questo scenario che sta la pericolosità. Quando pensiamo che l’unico modo per fare le cose giuste sia quello dettato dagli altri. Quando troviamo che in quello che fanno gli altri c’è l’unica chiave per il successo. Quando automaticamente qualcosa fatto dagli altri diventa migliore di come lo facciamo noi. Senza darsi una possibilità. Senza pensare che la nostra modalità di fare le cose in maniera diversa possa essere comunque una chiave di valore. Questo significa mettere in mano la nostra vita a modelli esterni minimizzando o annullando la possibilità di essere noi stessi.

Si dà talmente tanta potenza a quello che è fuori da non considerare la possibilità che qualcosa possa essere diverso.

Ed ecco quindi che diventa chiaro come un conto sia farsi ispirare dall’esterno, cosa differente invece il far cannibalizzare la propria possibilità di essere come si è.

 

E allora forse dobbiamo darci la possibilità di guardare le cose in maniera diversa. Di darci il valore e il riconoscimento per quello che siamo e per il nostro modo di interpretare il ‘come vivere’. Chi ci dice che ci sia una strada conformata che conduce al successo?

È il momento di guardare noi stessi partendo dalla consapevolezza di quelle che sono le nostre caratteristiche. Guardare e comprendere nelle nostre peculiarità il potenziale che fino a oggi invece abbiamo riconosciuto essere nullo, rivalutare quelle diversità che ci hanno fatto sentire sbagliati.

 

Probabilmente in quelle diversità è un valore che noi non abbiamo mai visto: le abbiamo mai guardate davvero? Abbiamo mai fatto una lista di quelle che sono le nostre caratteristiche quelle che ci rendono diversi dagli altri? E abbiamo poi mai provato a capire come queste caratteristiche possano rappresentare un vantaggio? Magari dobbiamo allenarci a fare quest’operazione.

E partendo da qui costruire il nostro modo migliore per essere noi stessi ed ecco che allora la ricerca del miglioramento non passa tramite un costante confronto con l’esterno, ma passa tramite il costante paragone con noi stessi e il nostro divenire nel cercare ogni giorno di essere migliori di quanto eravamo il giorno prima.

 

Quindi:

  • Riconoscimento e consapevolezza di sé.
  • Accettazione di quelle che sono le nostre caratteristiche e comprensione della loro positività intrinseca.
  • Identificazione degli ambiti su cui dobbiamo migliorare per orientarci verso i nostri sogni o lavorare sui nostri obiettivi.

 

E allora camminare verso il nostro sogno e cercare di ottenere il successo diventa un viaggio coerente con quel che siamo. Un viaggio consapevole che può lasciare spazio all’ispirazione senza però mutuarsi e annullarsi rispetto mondo esterno.

 

Ed è così che il successo diventa il nostro successo, acquisendo senso e significato per quelli che sono il nostro senso e il nostro significato.

 

E tu? Stai riconoscendo quelle che sono le tue caratteristiche? Stai vedendo i lati positivi che queste caratteristiche portano? Riconosci in te stessə il valore o sei in costante confronto con quello che avviene al di fuori di te?

Sono domande pesanti, lo so. Ma riconoscere la situazione in cui sei è il primo passo per percorre una strada che ti può portare la piena soddisfazione.

 

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Mara W. Cassardo - Counselor

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SIAMO MISTERI CHE SI INCONTRANO

Siamo misteri che si incontrano. Io, tu e tutte le altre persone che abbiamo intorno.

Certo la frequentazione o i rapporti familiari possono permettere di meglio conoscere chi ci sta accanto, ma una quota di ognuno di noi resta sempre ‘segreta’. Talvolta ci sono pure parti di noi stessi che non conosciamo bene ossia non ne abbiamo il giusto livello di consapevolezza. Se a questo si aggiunge che siamo in costante trasformazione immagini bene come il tutto possa essere estremamente complesso.

Partendo da qui prova ad allargare lo sguardo alle persone con cui hai a che fare tutti i giorni, con i diversi tipi di rapporto che possono esistere e immediatamente ancora una volta emerge l’immensità del mistero.

In un contesto lavorativo forse questa consapevolezza emerge in maniera ancora più forte. Decine di persone non solo con un proprio presente che cercano di vivere al meglio, ma anche con bisogni, paure e obiettivi che forse sono diversi dai nostri. E se aggiungiamo che in questo momento c’è anche una maggiore distanza fisica, la possibilità di conoscersi davvero è ancora più remota.

Conoscere l’altrə ci permetterebbe di interpretare comportamenti, reazioni, modulare allo stesso tempo il nostro comportamento per non risultare invasivi o semplicemente per provare a mettersi sulla stessa ‘onda’ perché, quando ci riusciamo, la comunicazione stessa si trasforma e può diventare più efficace.

A me personalmente, forse anche per i percorsi che ho fatto, piacerebbe moltissimo conoscere ognuna delle persone con cui intrattengo rapporti tutti i giorni. Forse succede anche a te. Ma è davvero possibile riuscirci?

Forse possiamo mettere più impegno, ma è comunque un’impresa immane, che peraltro non si risolve da un momento all’altro con la sola intenzione. Di certo è più fattibile con le persone con cui interallacciamo  rapporti stretti o con chi è simile a noi. Ma in un contesto come quello lavorativo dominato da efficienza ed efficacia, in cui ‘velocità’ è la parola d’ordine e portare il risultato è un obbligo, in cui peraltro non tutti i rapporti sono connotati da ‘amicizia’, esiste davvero la possibilità di conoscere il mistero dell’altrə?

Dopo questa domanda puoi avere tre reazioni.

Rifiutare la possibilità che il tuo mistero possa compenetrarsi a quello dell’altrə e quindi andare drittə per la tua strada, magari accusando anche l’altrə di essere un ‘folle’ per le reazioni che ha o per le decisioni che prende.

Fuggire spaventatə dalla diversità del mistero dell’altro e dalla possibilità di entrarci in contatto perché potrebbe in qualche modo condizionarti impedendoti di essere quello che sei e che magari hai conquistato con tanta fatica.

Accogliere la diversità, senza giudizio e darti la possibilità di avvicinarti all’universo dell’altrə, accettando che se non è possibile conoscere il suo mistero, di certo è possibile in qualche modo almeno scorgerne piccole parti.

Le due prime reazioni sono le più semplici, perché non richiedono particolare fatica. Si rimane semplicemente dove si è.

La terza invece è una strada più impervia che richiede sforzo, che potrebbe non portare risultati immediati. Che da alcuni potrebbe allo stesso modo essere giudicata come incertezza, incapacità di prendere una posizione netta. Poco orientata al risultato. E se hai scelto la terza via, comprenderai anche chi ha questo tipo di giudizio.

Ma scegliere di accogliere la diversità dell’universo altrui porta risultati genuini, forse più lenti ma credo più duraturi. Perché si crea vicinanza e comprensione. Perché l’altrə non è più visto come un elemento inavvicinabile.

E questo succede perché la terza via è contraddistinta da una parola che per me è magica: empatia.

Si tratta della capacità di entrare in contatto con l’altrə come se fossi lui o lei ma senza confonderti e rimanendo te stessə. In una sorta di altalena avvicinarti al mistero di chi hai di fronte e poi avere la capacità di ritornare da dove sei partitə. E a ogni ondeggiamento riesci a comprendere un pezzetto in più così che quando ritorni ne sei arricchito.

Questa è un’altra parola magica, da non sottovalutare, perché a lavorare con l’empatia diventi più riccə.

E man mano anche se accetti il mistero, ne comprendi meglio tante singole molecole.

Usare l’empatia ti porta a viaggiare nella molteplicità delle esistenze, a capire il perché di certe scelte o comportamenti, a non fare sempre gli stessi errori. Questo non significa che ogni comunicazione sarà sempre perfetta, ma sarà migliore.

E poi c’è un altro aspetto da non sottovalutare, un’altra magia: usare l’empatia per meglio comprendere il prossimo ci può anche aiutare a comprendere meglio noi stessi. Ad aumentare la consapevolezza di chi siamo.

Ti sembra poco?

 

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La violenza non è solo fisica

La violenza nella società umana è una componente da sempre presente, ma nella nostra società fatta di tecnologia e di rispettabilità, ha assunto connotazioni differenti, più sottili. Parlo di violenza psicologica, un mondo fluido in cui i confini sono rarefatti, non sempre riconoscibili da chi li subisce: caratteristica davvero subdola che aiuta colui che la esercita a crearsi alibi, giustificarsi. Si può quasi affermare che sia peggiore rispetto alla violenza fisica per la sua non netta possibilità di individuazione.

Quando poi questa avviene su una donna, beh, spesso veniamo tacciate di non comprendere lo scherzo. Siamo rassicurate dalle parole dell'altro che dichiara la massima stima, ma grande umorismo. Siamo noi a essere permalose, poco inclini ad andare oltre, tacciate di essere puntigliose e di prendere per vere le singole parole enucleandole dal contesto che appunto è un puro gioco. Riconosci qualcuno?

A casa o sul lavoro. Per strada o tra amici. Avviene ovunque. Ha logiche individuali, ma viene spesso esercitata dai gruppi.

Azioni di vessazione, scherno, umiliazione fino talvolta ad arrivare alla persecuzione.

Tante forme diverse.

Ma ciò che accomuna è il malessere della donna che la subisce, il disagio che prova, talvolta compromettendo non solo la prestazione lavorativa, ma anche la sua salute psicologia o fisica.

Il maltrattamento psicologico è, senza dubbio, una forma crudele di violenza perché è ambigua e porta a dubitare chi la subisce di esserne vittima. Le angherie e i soprusi psicologici sul posto di lavoro possono essere ancor più subdoli e difficili da inquadrare. Perché non ti aspetti che possano esserci!

Nella maggior parte dei casi di violenza psicologica colui o colei (perché arriva anche dalle donne) che la esercita isola sempre di più la sua vittima allontanandola dalle persone che di solito le stanno accanto. E su cosa agisce? Il senso di colpa. E una delle grandi conseguenze del maltrattamento psicologico nella vittima è l’incapacità di esprimere le proprie emozioni, il cosiddetto “mutismo emotivo”. Cosa significa? Che subisce in silenzio sentendosi colpevole e credendo di meritare il peggio. Arriva persino ad annullare le proprie emozioni per poter sopravvivere.

L’insonnia è uno dei problemi che presenta qualsiasi vittima di violenza psicologica. Tutto ciò a causa dell’ansia e dello stress provocati dalla situazione vissuta. In molte occasioni, i sogni si trasformeranno in incubi.

Quindi:

  • non sottovalutare il malessere che provi
  • approfondisci come viene esercitata la violenza psicologica
  • confrontati con le persone di cui ti fidi eventualmente con un professionista
  • non accettare quel che ti accade se ti fa stare male

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Mara W. Cassardo - Counselor

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(articolo aggiornato)

 

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